Del Bo: «Prima le giovanili»
PAVIA. «Ben venga la stretta di mano a fine partita, ma va estesa anche alle giovanili»: la proposta arriva dal pavese Roberto Del Bo, presidente regionale dell'Aia: «La cultura dello sport manca a ogni livello per cui ben vengano gesti come questo, l'importante è che non resti un'iniziativa isolata e coinvolga tutte le categorie - continua Del Bo - . La cultura dello sport deve crescere dal basso, cioè dai ragazzi, dalle famiglie, dai dirigenti e dai tecnici delle giovanili». Nelle giovanili del rugby il terzo tempo c'è già. «Nel rugby però il terzo tempo non è solo il corridoio fatto a fine partita dai giocatori della squadra vincente per salutare gli sconfitti - spiega Nino Prini, allenatore del Cus Pavia - . Poi c'è il ritrovarsi a tavola con gli avversari e l'arbitro per un pasto offerto dai padroni di casa. E' un momento di fraternizzazione che nel calcio ancora non c'è. Più che il 'corridoio", conta l'accoglienza».
«La stretta di mano a fine gara è un messaggio positivo ed è giusto che la vetrina sia stata la serie A - spiega Del Bo - ma per diffondere la cultura dello sport bisogna portare segnali come questo a tutti i livelli, altrimenti resterà un gesto imposto». Del Bo insiste molto sull'estensione della stretta di mano finale alle categorie giovanili. «Il calcio è lo specchio della società - dice il presidente dell'Aia - . I fenomeni di bullismo o teppismo nelle scuole fanno il pari con gli episodi di violenza che si verificano nei campetti. E i genitori hanno delle responsabilità. Penso alle risse tra genitori in tribuna, esempi negativi per i figli che poi si sentono autorizzati a imitarli. Cosi la violenza si diffonde come un contagio».
Favorevole alla stretta di mano a fine partita è anche il presidente del Panathlon, Lorenzo Branzoni, arbitro in A per cinque anni e ora commissario provinciale dell'Aia: «Da arbitro dico che la stretta di mano finale aiuterebbe a stemperare gli animi a fine partita. Quella stretta di mano è un segno di rispetto e il buon esempio di A e B potrebbe essere portato nelle categorie minori, soprattutto nelle giovanili. La formula può essere anche diversa, cioè può essere lo sconfitto ad accogliere il vincitore. Per avere effetto però la regola deve essere mantenuta nel tempo».
«Avevo auspicato l'introduzione nel terzo tempo nel calcio, ma se n'è travisato il senso - spiega il 48enne Nino Prini, allenatore del Cus - . Nel rugby quel che conta è il ritrovarsi davanti a un piatto di pasta per parlare con gli avversari e l'arbitro. In pratica, una volta finito il momento agonistico c'è quello formativo, cioè la fraternizzazione e la socializzazione. Nel rugby si fa dalle nazionali alle categorie giovanili. Noi non abbiamo la club house, ma abbiamo allestito un tendone, aperto e protetto dalla pioggia, dove offriamo pasta o panini. Il terzo tempo è un costo che incide molto per le squadra amatoriale, ma è un punto d'onore per le squadre di rugby. La club house è anche il posto dove ci sono le foto e le testimonianze della storia della società. Io ho sentito i mass media enfatizzare il 'corridoio", ma quello che conta è l'accoglienza. Al nostro livello sono i rugbisti a sostenere i costi delle trasferte per cui è importante che la squadra di casa si dimostri ospitale». Anche l'arbitro ha un posto nel terzo tempo del rugby. «Si siede a tavola con le due squadre e discute con loro di quel che è successo - dice Prini - . Dubito che il nostro terzo tempo possa essere mediato interamente dal calcio perché è qualcosa di più solido di una stretta di mano a fine partita. Nel calcio è dura sedersi a tavola con l'arbitro che non ti ha concesso un rigore».