All'Edimes si parla poco

PAVIA. Difesa smarrita cercasi, con assoluta urgenza. Il doppio e largo ko esterno ha sottolineato una volta in più come, di quella tenuta stagna su cui Sacco contava di erigere il progetto tecnico battezzato in estate, siano andati, finora, in onda solo gli spot. Brevi, per giunta. Quelli da cinque secondi o poco più. Naturale, dunque, provare a scoprire le ragioni della crisi di rigetto, andando ad sondare uno specialista in materia come Chris Heinrich. Frangiflutti fortissimamente voluto in estate come stopper da cui ripartire per la costruzione di un'Edimes-bunker, abituato a spendersi fino allo sfinimento in retrovia. Troppo spesso costretto a coniugare il verbo difensivo in beata solitudine perché, dice l'americano di Germania, in campo si parla troppo poco.
Heinrich, nelle due ultime partite avete subito qualcosa come 189 punti. Cosa è successo?
«Per prima cosa direi che i nostri avversari hanno giocato davvero bene in fase offensiva. Hanno lavorato di squadra, cosa che a noi non è riuscita affatto. Nella partita di domenica scorsa a Reggio Emilia abbiamo tirato bene ma non siamo mai stati in grado di evitare che gli avversari segnassero».
Questo è sembrato evidente anche per chi non ha visto le partite. Riesce piuttosto a darci una valutazione che provenga 'da dentro" la squadra?
«E' una domanda molto difficile a cui rispondere. Abbiamo vissuto una situazione davvero imbarazzante, lavorando molto duro in allenamento per poi collezionare due sconfitte in fila. Non ci era mai capitato e dobbiamo reagire subito, concentrandoci sul lavoro di squadra per tornare ad avere quei risultati che vogliamo avere e che, sono convinto, possiamo ottenere».
Anche quando si è vinto, comunque, la difesa si è vista solo parzialmente. Perché?
«Dovete considerare che è necessario un certo periodo di tempo perché una squadra come la nostra possa conoscersi, soprattutto difensivamente. Penso che il problema derivi dal fatto che, in partita ma anche in allenamento, la difesa sia troppo silenziosa. Mi sembra che alcuni dei miei compagni non abbiamo ancora capito l'importanza di comunicare tra di noi. Non siamo ancora in grado di muoverci come un corpo solo quando attacchiamo e, soprattutto, quando difendiamo».
In attacco il talento dei singoli può mascherare i difetti di un sistema da perfezionare. In difesa il giochetto è più difficile.
«Già, in difesa devi rompere il gioco avversario, adattandoti azione dopo azione alle scelte che gli avversari fanno. Fino a quando non riusciremo a muoverci tutti e cinque come una sola persona avremo problemi. Talvolta di facile risoluzione, altre volte molto grandi, tipo quelli affrontati nelle ultime due trasferte».
Quello difensivo sembra, prima di tutto, un problema di responsabilità individuale nell'uno contro uno.
«Tenere in uno contro uno è la base di qualsiasi difesa, questo è chiaro. Ma, soprattutto quando affrontiamo squadre di grande talento o particolarmente motivate, sappiamo anche che è fondamentale aiutarci. Accanto alla responsabilità individuale ci deve sempre essere la fiducia che la squadra aiuterà se il mio uomo mi batterà. Attualmente riusciamo a fare questo solo a tratti. In troppi casi siamo troppo concentrati sull'uno contro uno del nostro avversario e dimentichiamo le rotazioni».
Non conta, insomma, difendere forte sul point-man di turno se poi i suoi compagni vincono la partita?
«Questo è il mio modo di intendere la difesa. Per me è più giusto parlare di responsabilità di squadra. Non credo che il ruolo di chi deve marcare un point-man sia più importante di chi si occupa degli altri giocatori. Decisivo, alla fine, è quanto concedi agli altri».
Lei, in difesa, lavora per due. Quanto le dà fastidio vedere che altri compagni non mettono la sua stessa intensità?
«Devi sempre credere nei compagni, io lo faccio. A volte ti capitano certe cose, speri che vadano meglio, ma la fiducia non deve mai mancare. Sono abituato a ragionare nell'ottica della squadra, non in quella individuale».
Paolo Rappoccio