Pronto soccorso in crisi


PAVIA. Come degli avversari. Alla fine, i pazienti li consideri cosi. Senza volerlo. Metti la testa fuori dal reparto e getti l'occhio sulla lunga sala d'aspetto. Sono le sette di sera, una sera di quelle dove prendi fiato, fai un lungo respiro e ti butti dentro. Sei in Pronto Soccorso, tra codici verdi e codici rossi, con trenta persone in coda, una decina di più di quelle che potresti visitare. E domani si ricomincia. «Non dovremmo fare cosi. E' sbagliato. Per fortuna capita raramente di pensarla cosi. Ma capita». Un infermiere e un medico del San Matteo raccontano la loro vita.
Una vita d'urgenza, ovviamente. Poco sonno, tante preoccupazioni, soddisfazioni tutto sommato poche.
Il medico.
«Beh, i problemi non mancano - spiega un medico del Pronto soccorso - anche se la squadra, chiamiamo cosi il gruppo di noi internisti e quelli del 118, si danna l'anima. Il vero problema è un altro...». Che lo dica il medico, che lo spieghi un infermiere, al «problema» si arriva subito. Ossia la scarsità di personale, che non basta mai, che porta a non riuscire a prendere fiato e, peggio, magari a commettere errori nel proprio lavoro. «Siamo nove medici internisti più un contrattista, un gruppo che si sbatte, sia subito chiaro, ma gli accessi al Pronto soccorso aumentano di mille all'anno. Per arrivare a 33mila. Non solo. Oggi ci sono tecnologie che impegnano di più, più controlli da fare. Il lavoro si concentra nel Pronto soccorso, abbiamo più patologie dell'urgenza e cosi, alla fine, lo stress aumenta». Insomma, i numeri degli uomini sono più o meno quelli, ma il lavoro cresce: «Eh, si. Anni fa qui si faceva sostanzialmente dello smistamento, ora i casi li trattiamo quasi tutti qui». E con che turni: quelli normali di sei ore, poi le notti di dodici ore. E il famigerato «turno lungo»: «La sera ci sono i problemi principali, quando ci ritroviamo da soli... C'è una marea di gente, il lavoro del pomeriggio si accumula, ti becchi sei consegne dai colleghi, più i prossimi quaranta magari... Allora, volontariamente, ci siamo detti: facciamo una specie di reperibilità, per smaltire il lavoro. Beh, sono tre anni che facciamo questa reperibilità e non ce la pagano più. Di fatto è una reperibilità non pagata, anche se continuano a dirci che lo faranno. Ma non possiamo smettere di farla, perché francamente lasciare uno da solo dalle otto di mezza di sera a mezzanotte è una follia. Poi, magari, adesso parlo con la Provincia e domani ci saldano...».
Nel frattempo, reperibilità. Altrimenti le già lunghe attese al Pronto soccorso si allungano: «Questo è evidente. E ci spiace vedere anche il paziente che in realtà non ha nulla stare li ad aspettare tre o quattro ore». La tortura del codice verde. Che ormai tutti conoscono, ma che deve essere spiegato prima di proseguire. In sintesi, ci sono quattro codici collegati allo stato del paziente che arriva in Pronto soccorso: 1) Codice bianco: non esistono ragioni di interventi urgenti e il paziente è in una condizione pari alle necessità di un controllo ambulatoriale. 2) Codice verde: il paziente ha bisogno di una prestazione che può prevedere un'attesa. Fra questi anche chi subisce un trauma ma le cui condizioni non mettono in pericolo alcuna funzione vitale. 3) Codice giallo: in questo caso la prestazione è urgente ma stabile. Serve intervenire presto ma non immediatamente: è il caso di una reazioni allergica. 4) Codice rosso: c'è il pericolo immediato di vita, con problemi che possono essere respiratori, cardiaci o neurologici gravi. In questo caso la priorità è massima. «Ovviamente, per l'urgenza il problema non c'è. La verità è che la maggior parte degli utenti non ha niente, ma se ne sta li ad aspettare magari convinto di stare male. Ma non sarebbe cosi se...». Se, aggiunge il medico, non si scaricasse sul Pronto soccorso quello che i medici di base non vogliono fare, se non si girasse sul Pronto soccorso il variegato mondo delle persone con problemi psichici, se non si riversasse sul Pronto soccorso la necessità (d'immagine) per tanti medici del San Matteo di ottenere esami in tempo rapidissimo. Perché un emocromo, qui, te lo fanno in mezz'ora, e non in due giorni, che sono i tempi del laboratorio. E cosi, spesso, si sfoga il medico, «il nostro lavoro assomiglia alla catena di montaggio. Umana. Dentro un paziente, fuori l'altro. Ma non va bene, noi dobbiamo avere tempo non solo per visitare il paziente, ma anche per ascoltarlo. Sa, è un paradosso, ma più tempo uno attende la visita più ha la garanzia che stiamo facendo bene il nostro lavoro. Se fossimo più veloci, nei numeri attuali, l'attesa sarebbe inferiore, ma inferiore anche la qualità delle nostre visite...». Ma siamo proprio sicuri che, con qualche miglioramento organizzativo, non si potrebbe fare di più? Gli infermieri, che stanno sopportando come i medici la grave situazione di disagio al Pronto soccorso, ne hanno l'assoluta certezza.
L'infermiere.
«Il medico con il quale avete parlato ha assolutamente ragione». Insomma, i guai sono proprio quelli. «Siamo in una situazione di disagio, questo è evidente, e questa situazione la pagano i pazienti...».
Rifacciamo qualche conto. I medici sono nove, in teoria, ringraziando la reperibilità che nessuno paga, la sera - nel periodo peggiore - lavorano in due. Gli infermieri del Pronto soccorso sono sette, due alla sezione dei «codici», il cosiddetto «triage», due alla sala gessi, due in accettazione e uno che fa il jolly, coprendo il turno dalle sette alle nove di sera e che segue il codici rossi. Di notte il numero degli infermieri, come quello dei medici, si riduce di un 'unità. Ogni cinque giorni si fa una notte, meglio di alcuni colleghi che di notti ne fanno una ogni tre anni. Il tutto per 1.400 euro netti al mese.
Ma torniamo ai problemi del Pronto soccorso: «Personale e carichi di lavoro a parte, sono problemi organizzativi che abbiamo segnalato un po' tutti al dirigente senza che mai ci desse ascolto». Alcuni sono banali, come la dislocazione delle sale: «Un paziente che abbia, per dire, una sospetta frattura, viene visitato in una sala e poi portato all'altra, la più distante, per fare i raggi. E lo stesso succede per una visita di altro tipo». Insomma, è ovvio che la sala gessi, dove si visitano le sospette fratture, dovrebbe essere accanto alla macchina per la radiologia. Dovrebbe. Risultato: si percorre avanti e indietro quel corridoio perdendo un sacco di tempo: «Abbiamo persino scritto una lettera segnalando tutto questo. Nulla», sbotta l'infermiere. Come nulla si è fatto per un altro dei paradossi. Quello degli esami. «Beh, funziona più o meno cosi. Devi fare un esame del sangue, che è poi la regola? Beh, bisogna chiamare un'ambulanza che trasporti il paziente al laboratorio, ossia dall'altra parte del San Matteo. E poi ci vuole un'ambulanza che lo riporti indietro. Alla fine perdi due ore, se ti va male. Non c'è da stupirsi se uno in attesa ci resta anche quattro ore. Ma che senso ha, per un Pronto soccorso, far fare gli esami a un chilometro di distanza? Basta guardare i nostri dati interni: l'80% per cento dei trasporti è per analisi cliniche. Uno spreco». E un costo inutile. L'ambulanza, peraltro, si potrebbe usare per cose più serie.
E poi c'è questo sospetto aumento di pazienti. Un po' deriva da quest'uso-abuso dei medici di base di spedire in Pronto soccorso il paziente che non sta bene, tanto per sicurezza e per scaricarsi di responsabilità. Ma c'è anche il fatto che il San Matteo, si sa, è un ospedale pubblico: «E i privati ne approfittano». Come? Un esempio. All'Humanita di Rozzano - ci spiega l'infermiere - sabato, domenica e festivi non c'è un otorino disponibile, ma solo reperibile. Da noi, invece, c'è 24 ore su 24. Risultato? Dopo qualche tempo, nel sud Milano hanno capito che è inutile rivolgersi alle strutture private, si fa prima a venire a Pavia, dove un medico lo trovi di sicuro».
E allora: personale che manca, per medici e infermieri; organizzazione da rivedere. Ma c'è, anche, qualche seria questione di principio. Aggiunge l'infermiere: «Ci dicessero grazie anche una sola volta. A coprire i turni per garantire le ferie e le dimissioni in estate siamo stati noi, all'ottanta per cento, e invece si è parlato delle cooperative che ci sostituivano. Siamo noi che la notte rischiamo di prenderci, se va bene, un pugno. Siamo noi che dobbiamo assumerci, ogni giorno, la responsabilità di valutare se un codice è verde o rosso. Siamo noi, insomma, che ci facciamo un mazzo cosi e che becchiamo solo pesci in faccia».
(3 - Continua. Le precedenti
puntate sono state pubblicate
il 24 e il 25 novembre)

Filiberto Mayda