Dini detta l'agenda
ROMA.«Se si arrivasse a una crisi, credo che l'ipotesi più naturale sarebbe quella di un governo istituzionale. E il presidente del Senato (Franco Marini) sarebbe la prima persona a cui normalmente il presidente della Repubblica dovrebbe rivolgersi per presiederlo». Lamberto Dini, ospite di ‘Otto e Mezzo' su La7, risponde cosi a Giuliano Ferrara che gli chiede se, in caso di caduta del governo Prodi, accetterebbe lui l'incarico di formare il nuovo esecutivo facendo un pò come nel '95.
In ogni caso, Dini afferma che occorre «dare una svolta alle politiche di oggi che sono fortemente orientate dalla sinistra massimalista». L'ex ministro degli Esteri conferma inoltre che non intende entrare in una governo Prodi «rimpastato» a nessun titolo. «Vicepremier o ministro? No, non accetterei di entrare in nessun governo - risponde - Tanto meno in un governo Prodi rimpastato, perché non potrei continuare a dire quello che penso».
Cosa farà ora? «In Parlamento valuterò i singoli provvedimenti e siamo pronti a votare contro se vanno nella direzione opposta ai principi liberaldemocratici, cioè la concorrenza, la competitività e la conoscenza».
Una cosa però deve essere chiara: sul welfare nessun cedimento, perché «se viene annacquato noi votiamo contro e siamo pronti a far cadere il governo».
D'altro canto, spiega Dini tornando alla finanziaria, «far cadere il governo a metà novembre, senza una prospettiva è da irresponsabili, ecco perché ho detto che bisogna superare al più presto l'attuale quadro politico. Quello che dicono io lo pensano tutti anche se non lo dicono. Qualcosa va fatto, se questo governo non riguadagna consenso il Pd resta al 25%».
Dini poi insiste sul suo cavallo di battaglia delle larghe intese: «Anche Massimo D'Alema oggi al convegno di ‘Italianieuropei' sulla legge elettorale - afferma Dini - ha ammesso che ci fu un errore a non avviare all'indomani delle elezioni una gestione comune della legislatura. E il fatto che riconosca questo errore è molto importante». L'ex ministro degli esteri fa sapere poi di aver contattato Bordon e Manzione, gli altri senatori dissidenti, e di aver parlato con il senatore Pallaro. L'idea è oer il momento quella di dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo. Ma i maligni, cominciando da Pino Sgobio (Pdci) sostengono che nel voto conclusivo sulla finanziaria (prima di Natale al Senato) «da Dini possiamo aspettarci delle sosprese».