Giovane pachistana sgozzata Trent'anni al padre e ai due cognati


MILANO. Trent'anni di carcere, il massimo della pena. È questa la condanna inflitta in primo grado al padre e ai due cognati di Hina Saalem, la 19enne pachistana sgozzata e sepolta nel giardino della casa di famiglia nel Bresciano, due estati fa, perché voleva vivere all'occidentale. A 2 anni e 8 mesi è stato invece condannato lo zio della ragazza, per aver aiutato i parenti a nascondere il suo corpo.
Con questa decisione, ieri, il giudice dell'udienza preliminare di Brescia, Silvia Milesi, ha praticamente accolto tutte le richieste del pubblico ministero, Paolo Guidi. Poco meno di un'ora è durata l'ultima udienza del processo, che si è svolto con il rito abbreviato. Giusto il tempo delle arringhe difensive, una breve camera di consiglio e quindi la lettura del dispositivo. Quando ha sentito risuonare nell'aula la condanna inflitta al marito, la madre di Hina ha dato in escandescenze. «Me l'ammazzano», ha urlato in un italiano sconnesso, prima di essere portata via in ambulanza.
Giuseppe Tampini, il 33enne fidanzato di Hina, invece ha appreso la notizia dal suo legale, ed è scoppiato in lacrime. All'uomo, costituitosi parte civile, il giudice ha assegnato venti mila euro che devolverà in beneficenza all'associazione ‘Nati per vivere'.
A un anno e quattro mesi dal delitto, arriva quindi la prima sentenza, che conferma la tesi del pubblico ministero Paolo Guidi, secondo cui il padre di Hina, Mohammed Saleem, insieme ai mariti delle altre figlie, Zahid e Khalid Mahmood, avevano deciso di eliminare la giovane «per difendere l'onore della famiglia». Per questo attirarono Hina nella casa di Sarezzo (Brescia) con un pretesto, e le inflissero 28 pugnalate, mortale quella alla gola. Poi, con l'aiuto dello zio di Hina, Muhammed Tariq, la seppellirono in giardino.
Omicidio premeditato, ha confermato il giudice, riqualificando il reato di occultamento di cadavere in quello più grave di soppressione di cadavere: trent'anni di carcere per i primi tre (non c'è ergastolo con il rito abbreviato), due anni e otto mesi per il quarto, che da qualche giorno è a piede libero. «Era una sentenza attesa, lo avevo anticipato al mio assistito - ha commentato Alberto Bordone, legale del padre della vittima - Attendo le motivazioni che dovranno essere depositate entro il 20 gennaio prossimo, poi penseremo al ricorso in appello».
E mentre dal Belgio arriva la notizia di un'altra immigrata pachistana di 20 anni, uccisa dal fratello perché rifiutava un matrimonio combinato, in Italia la sentenza di Brescia provoca reazioni positive unanimi.
Il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini si è dice «confortata dalla serietà con cui la magistratura ha condotto l'inchiesta e il giudice ha deciso. Ma nessuna sentenza può ridare la vita a una giovane donna uccisa perché cercava di vivere la sua vita liberamente e in autonomia». «Ora auspichiamo che la pena diventi presto definitiva e venga scontata», aggiunge soddisfatta Daniela Santanchè, portavoce della Destra, che aveva definito quello di Hina «un processo simbolo».

Paolo Cappelleri