SQUADRISMO ULTRA': GLI STADI SONO LA SEDE DI UNA CRIMINALITA' POLITICA
Campionato sospeso, per un po', solo un po' e poi si vede. Sospeso per disperazione più che per bonifica. Calcio in quarantena disperatamente sperando che per miracolo guarisca da solo. Chiuso non tanto per lutto o per lavori di civilizzazione in corso, quanto invece per acclarata e subita impraticabilità culturale, sociale, politica e giuridica. Potevano anche lasciarlo continuare: se tutto si esaurisce nel bel gesto obbligato, quando lo riapriranno lo troveranno come prima. Perchè «la» soluzione non c'è. Inutile e sciocco chiederla a chiunque e imputarne a chiunque l'assenza. Ma questo non dovrebbe dare licenza di sbagliare, ondeggiare, balbettare, confondere. Licenza che invece si prendono tutti.
I tifosi, o quel che ne resta. Hanno al collo e in auto colori diversi, sono abituati, certi che questo significhi appartenere a tribù nemiche e che sia naturale e doveroso dimostrarlo scontrandosi e picchiandosi. Fino a che c'è, dominante e condivisa, ossequiata e celebrata, fino a che questa sarà la cultura tifosa, il calcio è e resta attività criminogena. Morirne, oggi o domani, è solo questione di tempo e di buona o cattiva sorte.
La polizia e il governo dell'ordine pubblico. Un poliziotto forse vede una rapina che non c'è. Spara alle gomme di un'auto che si allontana veloce. Spara quando non deve e come non deve. Ma lo Stato non se la sente di raccontare subito al paese la responsabilità e la colpa di un individuo. Non per reticenza, non per coprire. L'intenzione è quella di gestire al meglio, al meno peggio la domenica. Ma sbagliata è la mappa su cui ci si muove e ci si orienta. Per non trovarsi contro tutti i tifosi privati della partita, si immagina sia possibile e fattibile separare i loro comportamenti e le loro reazioni da quelli delle bande da stadio. Dimenticando che le bande da stadio, una volta dentro, dello stadio sono padrone. Da almeno un decennio. Ci si fa trovare incredibilmente sorpresi dallo squadrismo che, come sempre fa quando vuole, allo stadio detta legge. A Bergamo ci si incomincia ad arrendere, cento squadristi fanno a pezzi il piano di gestione della giornata. Cinquemila sono idealmente con loro a Milano, cinquantamila in tutta Italia. Fino alla resa, alla rotta. Avendo la coda di paglia di un morto al mattino per mano di un poliziotto, si subisce qualsiasi cosa per non rischiarne un altro. Cinquecento squadristi assaltano e assediano a Roma le caserme della polizia che sostanzialmente non reagisce. Fino a che governare sarà sinonimo di un'instabile miscela tra prudenza e fermezza, tra decidere ed esitare, lo squadrismo vanterà i suoi successi e sarà egemone sulla e nella cultura tifosa. Fino a ieri mostravano come trofeo e scalpo il possesso delle curve, da ieri anche quello delle strade antistanti le caserme.
La magistratura, che ipotizza roboanti reati di «terrorismo» e non ce la fa a contestare agli squadristi l'associazione a delinquere che li terrebbe in galera. La politica, cui piace adunarsi in pro e contro la polizia. I vertici del calcio che giocano a nascondino con la scelta di fermarlo sul serio il campionato.
E nessuno che spezzi davvero la bugia che anche il gigantesco blob televisivo alimenta e diffonde: gli stadi sono oggi la sede di una criminalità politica, di organizzazioni politiche eversive. La violenza tifosa è altra cosa, anche se della violenza politica oggi è succube più che complice. Allora gli stadi non bisogna chiuderli, occorre svuotarli di quel che c'è dentro. Uno Stato dovrebbe essere in grado di farlo, non per salvare il calcio che non tanto se lo merita, può anche diventare una gigantesca play station a stadi vuoti, ce ne faremo una ragione. Quanto per aver rispetto di sè e meritare fiducia.