Figlio del boss si pente La famiglia lo fa uccidere
CATANIA.Più fedeli alla famiglia di Cosa nostra che a quella di sangue. Cosi si sono dimostrate la madre e la sorella di Sebastiano Mazzeo, che, dopo avere appreso della intenzione del congiunto di pentirsi, hanno collaborato alla sua eliminazione consegnandolo ai sicari che lo uccisero. Il delitto avvenne a Catania nell'ottobre del 1989; quando il giovane, noto come baby killer per la sua bravura con le armi, fu assassinato aveva solo 22 anni. Il suo corpo non è stato ritrovato perchè fatto sparire dalla mafia. Sull'agguato hanno fatto luce diversi collaboratori di giustizia, tra i quali Alfio Scalia e Salvatore Centorrino, due dei componenti il commando che lo trucidò con diversi colpi di pistola. Sono stati loro a chiamare in causa le due donne: Gaetana Conti, 57 anni, e la figlia Concetta Mazzeo, di 39, che sono state arrestate dalla squadra mobile della Questura in esecuzione di un ordine di custodia cautelare. In carcere è finito anche Tino Messina, 53 anni, che era alla guida dell'auto dei killer. Un provvedimento era stato sollecitato dalla Procura della Repubblica anche per i boss Santo Mazzei e Salvatore Cappello, già detenuti, in qualità di mandanti, ma il Gip ha ritenuto insufficienti le prove a loro carico. Sebastiano Mazzeo sebbene giovane aveva alle spalle un curriculum criminale di rilievo, ricalcando le orme del padre Francesco, boss dei Carcagnusi, rimasto paralizzato in una sparatoria nel 1981 a Carpi, ma che continuava a comandare anche dalla sedia a rotelle. Il boss fu ucciso nel maggio del 1988 nella sua villa a mare dove i sicari fecero irruzione vestiti da carabinieri. Due anni dopo Sebastiano Mazzeo decise di collaborare, ma durante il periodo in cui era sotto protezione fuggi da Roma, durante una serata al Piper. Tornò a Catania covando vendetta e tentò, inutilmente, di evitare ritorsioni da parte della mafia inviando ai giornali una lettera con la quale smentiva il suo pentimento. Una scelta che non convinse i vertici di Cosa nostra che organizzarono un agguato: alcuni sicari travestiti da militari della guardia di finanza fermarono un suo zio, Salvatore, nella cui casa si nascondeva, ed entrarono nell'appartamento. Ma il giovane, memore della dinamica della morte del padre, fuggi lanciandosi da una finestra e si salvò. Entrò cosi in gioco la famiglia del giovane che decise la sua eliminazione, approvata, secondo l'accusa, anche dallo zio della vittima, il capomafia Santo Mazzei. Gaetana Conti e Concetta Mazzeo, ricostruiscono i pentiti, parteciparono alla riunione preparatoria all'agguato in una villa del boss Cappello.