Mafia Spa, la prima azienda del Paese

ROMA. Fattura utili per 90 miliardi di euro l'anno, quanti ne basterebbero per cinque Finanziarie. È la prima azienda italiana. Il suo potere continua a crescere e ormai anche le grandi imprese hanno cominciato a subire e talvolta a scendere a patti con lei. Lo denuncia l'ultimo rapporto di «Sos impresa» sulla mafia spa, la rete di organizzazioni criminali che condizionano l'economia italiana. Lo studio presentato ieri a Roma è il decimo rapporto elaborato dalla Confesercenti. E i dati raccolti confermano che la pressione dell'«Azienda mafia» sul tessuto economico del paese continua a salire. Il suo giro annuale d'affari è ormai pari al 7 per cento del Pil nazionale e la prima voce è quella dell'usura, canale che macina 30 miliardi l'anno.
La piaga dell'usura affligge non meno di 150mila commercianti, soprattutto in Sicilia, in Campania e nel Lazio, con posizioni debitorie per oltre 450mila euro. E stando agli esperti ha ormai preso il posto del pizzo come metodo per il controllo capillare del territorio. L'abusivismo commerciale frutta altri 13 miliardi di euro. Il racket ne introita 10, l'agromafia 7,5, la pirateria e la contraffazione altri 7,4. Seguono gli appalti e le forniture (6,5 miliardi), le truffe (4,6), i giochi e le scommesse (2,5) ed infine il contrabbando con 2 miliardi di euro.
Di fatto, gli imprenditori e i commercianti della penisola subiscono 1.300 reati al giorno. Come dire 50 ogni ora. Un quadro «impressionante» che secondo il presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione, «è probabilmente sottostimato».
Ma nella mappa disegnata da «Sos Impresa» c'è una novità. Vi si legge che a subire vessazioni e taglieggiamenti non sono più solo i piccoli imprenditori o i commercianti al dettaglio. A scendere patti con la mafia oggi ci sono anche i grandi gruppi. Il rapporto denuncia «l'estendersi dell'area della collusione partecipata», ovvero di quell'area «che investe il Ghota della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici, e che piuttosto di denunciare il ricatto preferisce pagare». Aziende che scendono a patti «per quieto vivere, quasi a sottoscrivere una polizza preventiva» e che «corrono dal mafioso perchè vogliono mettersi in regola», afferma lo studio spiegando che «conviene cosi»: perchè «la connivenza rende più forti rispetto alla concorrenza».
Gli esempi non mancano. «Il colosso Italcementi ha ceduto alla morsa della 'ndrangheta - afferma il rapporto citando le informative di Carabinieri e Guardia di Finanza - supportando maggiori costi, assumendosi maggiori rischi e finendo per agevolare l'espansione economica della cosca dei Mazzagatti». Per i lavori della Salerno-Reggio Calabria, prosegue il rapporto, altri «due colossi sono stati costretti a trattare con le cosche calabresi». Si tratta della «Impregilo» che aveva insediato nelle loro società personaggi che, secondo gli inquirenti «da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento delle cosche». E lo stesso avrebbe fatto la «Condotte Spa», si legge nel dossier.
Quanto al pizzo i commercianti siciliani restano i più tartassati. Sull'isola lo pagano 50mila attività e l'80 per cento dei negozi di Catania e Palermo, le due città in testa alla drammatica classifica. E Cosa Nostra ha tariffe più alte della Camorra.