Riforme, la Cdl si astiene

ROMA.La decisione del centrodestra di astenersi sulle riforme nella seduta conclusiva della commissione affari costituzionali della Camera, ha tenuto ieri in primo piano anche il dibattito sulla legge elettorale. Alla soddisfazione del presidente Luciano Violante perché tra gli astenuti c'erano anche i deputati di Forza Italia, che avevano sempre votato «no», ha fatto seguito in serata, davanti al vertice del partito, l'altolà di Silvio Berlusconi a ogni dialogo con il centrosinistra.
Si è avuta cosi la conferma che l'astensione non era gradita dagli azzurri di Fi, ma imposta dall'esigenza di conciliare posizioni diverse: quella positiva della Lega, di confronto costruttivo dell'Udc di Casini e quella oscillante di An.
Nel ruolo di mediatore è comparso Gianfranco Fini, che ha parlato prima con Bossi e poi con Berlusconi per convincerlo che l'astensione era l'unico modo per mantenere compatta la coalizione. «Sarebbe grave - ha detto Fini - se dovesse dividersi in occasione del voto», anche se è insoddisfacente la parte sul Senato federale.
Alla fine, si è concordato un comunicato della Cdl per precisare che «il proseguimento» dell'iter della riforma non doveva essere preso come un salvacondotto per il governo. Anzi, tutto il centrodestra lo «considera giunto al termine della sua corsa». Il governo, con discrezione, ha fatto conoscere invece una sua «valutazione positiva» per il voto sulle riforme.
Nella sua veste di presidente di commissione, Violante si è detto «molto contento» perché non ci sono stati voti negativi. Un esito positivo, che non c'entra nulla con la polemica sul rafforzamento o meno del governo o sul prolungamento o meno della legislatura. Vannino Chiti, ministro per le riforme, non ha espresso la stessa soddisfazione di Violante, anzi ha parlato di «un passo indietro», perché in commissione «c'era stato un percorso condiviso con Lega, An e Udc», che avevano votato con la maggioranza.
L'opposizione, soprattutto con i capigruppo di FI e della Lega, Elio Vito e Roberto Maroni, ha rimesso in primo piano anche la legge elettorale e ha chiesto che dal Senato, dove è ora in discussione, sia trasferita alla Camera. E' un'altra spina, non del governo, ma delle istituzioni. Fausto Bertinotti non si sbilancia troppo, ma sembra propendere per la Camera, perché dice che la questione del tempo è dirimente rispetto al luogo della decisione prioritaria. Al Senato, i gruppi puntano i piedi e si sentono scippati di un dibattito già in corso. Anna Finocchiaro, capogruppo Ulivo, dice: prima il Senato, come Guido Calvi, ds: prima il Senato, perché «il vero nodo» è li. Learco Saporito, An, chiede il rispetto dell'accordo: riforme alla Camera, legge elettorale al Senato. Come Andrea Pastore, FI: la Camera ha troppe cose da fare.
Alla Camera, il capogruppo della Lega, Roberto Maroni, sostiene la tesi opposta: la Finanziaria al Senato impedisce tempi rapidi. Ma sono di maggiore rilievo due affermazione di Maroni: da lunedi in aula si apre il dibattito su una riforma dello Stato «che può essere portata in porto»; la Lega avrebbe voluto votare a favore in commissione, ma ha scelto di privilegiare una posizione unitaria della Cdl.
Francesco Rutelli si è pronunciato sul merito e ha detto che «il sistema più realistico è quello tedesco».
R.V.