«Bene, purché non generi chiusure»
MORTARA.Ma vale ancora la pena di tradurre un testo corrente, non una composizione poetica, un racconto, in dialetto, per l'uso quotidiano? Maria Forni, studiosa di italiano e lingue antiche, ma conoscitrice anche del vernacolo lomellino e non solo spiega: «Il dialetto mortarese e lomellino è ancora vivo, anzi oggi si scrive in dialetto, ed è diventata anche una lingua letteraria, con composizioni di poesie e racconti - spiega l'ex preside dell'Omodeo - sono anche del parere che questa sia una ricchezza che non debba andare persa. Il suo utilizzo però non deve essere una chiusura verso chi non è in grado di comprendere questo strumento linguistico, e non va impiegato solo in chiave localistica». Solo a questa condizione, aggiunge, il recupero del dialetto ha una sua valenza, partendo dal dato locale per guardare poi a quello che ci sta intorno: «Mi auguro che questo passo sia un recupero della tradizione culturale e linguistica della nostra zona, che ha una sua bellezza e una sua espressività, ma a condizione che sia un modo di far conoscere la nostra cultura, e non di chiudersi verso l'esterno». La passione per il dialetto lomellino, che parla e conosce molto bene, è sempre forte: «Spero che anche i giovani possano parlarlo sempre di più - aggiunge - anzi, mi piacerebbe che si organizzassero anche letture e conferenze, non solo in dialetto lomellino, ma anche in altri dialetti. Ma senza che questo possa essere interpretato in chiave localistica». E propone un'altra perplessità: «Va bene, ma a patto che questa operazione non diventi generalizzata. Mi sta bene se si traducono i cartelli delle piazzole rifiuti alle frazioni, non se si metterà sotto il nome della città il suo corrispettivo dialettale». (s.m)