Indecisi e stufi, adesso la città riparte dal «se è innocente»


GARLASCO.Alberto è libero. Ancora indagato, ma non più in carcere. Nella tarda mattinata di ieri in tanti ancora non sapevano che Alberto sarebbe tornato a casa. Per le vie di Garlasco giravano poche persone ieri mattina, era quasi deserta all'ora di pranzo. Si respira un'aria di stanchezza in piazza della Repubblica, nel quadrato disegnato dalla chiesa, il municipio e dai due locali storici della città. La gente è stanca di dover rispondere alla domanda «cosa ne pensa?», prima del delitto, poi delle indagini, del fermo e ieri della scarcerazione. Garlasco è stanca anche dei dubbi che circondano l'omicidio di Chiara.
Non si possono tirare le somme su cosa pensa Garlasco, il bilancio tra colpevolisti e innocentisti sfuma dopo la scarcerazione di ieri e perde consistenza. C'è chi lo vuole in carcere, chi ha paura che non si arrivi a una soluzione, ma soprattutto c'è chi preferisce non dire niente. «Se si guarda il lato scientifico ti viene da dire 'è stato lui" - riflette Fabio Savio - . Ma dal lato umano pensi: se avesse ammazzato la fidanzata non chiederebbe la sua fotografia». Difficile prendere una posizione. «Non bisogna sostituirsi ai giudici - dice una signora in corso Cavour - lasciamo che vadano avanti le indagini». «Quasi speravo fosse lui perché almeno finiva questa storia, anche per le famiglie», dice qualcuno. «Siamo da capo - dice ancora Fabio Savio - ma se è innocente sono contento per lui se è uscito». Se è innocente. Quel «se», lascia aperte più possibilità. «Se non c'è la certezza, se non ci sono le prove», riflette la signora Carla. Ancora dubbi. «Non si sa chi è stato», dice Matteo Sgualivato. «Pensavo già che le prove fossero labili - dice Carlo Porta - ci sono troppi dubbi. Le testimonianze sulla bicicletta nera e poi è uscito che era bicolore. E c'è il discorso sulle macchie. Dovevano andare avanti con le indagini». Tra gli innocentisti Mattia Navaro, che ancora non sapeva della scarcerazione: «E' sbagliato arrestare una persona se non si è sicuri».
All'ora di pranzo in piazza della Repubblica i pullmini della scuola si fermano e fanno scendere i bambini. Qualche ragazzino gioca a calcio con una cartellina per i disegni, i compagni guardano fuori dal finestrino, le mani e il naso schiacciati contro il vetro. Per i bambini è solo un altro giorno di scuola che si conclude, a casa li aspettano i compiti e i cartoni animati. Le mamme e chi li va a prendere in piazza invece sanno che è un giorno particolare, perché si ricomincia. «Non voglio dire niente», «no grazie», «non so niente, non penso niente», le parole di tanti. Poi qualcuno dà risposte secche, prendono una posizione, opposta. «Sono contenta che sia stato scarcerato», dice una signora. «Sono contraria - dice un'altra - . Ma se avevano trovato qualcosa almeno dovevano dargli gli arresti domiciliari». Inutile chiedere il nome: «Preferisco restare anonimo», è la risposta.

Marianna Bruschi