Soavi: «Torno a casa con emozione»

BRONI. Una vita per la scrittura e l'arte. Giorgio Soavi è stato poeta, romanziere, giornalista ma anche grande amante della pittura. Oggi sarà l'ospite del festival «Alla Salute!». Farà parte, con Catia Magni e Umberto Orsini, dello spettacolo-incontro «Nella cuccia» al Teatro dell'Oratorio (ore 16); in piazza Garibaldi visiterà la mostra fotografica di Mauro Davoli, a lui dedicata. Da noi intervistato, Soavi ha rievocato molti ricordi.
Giorgio Soavi, il suo paese natale si è ricordato di lei: se lo aspettava?
«Assolutamente no, per questo sono più che contento ed emozionato. Sono allibito. Non avrei mai creduto che amici e ammiratori, chiamiamoli cosi, che neppure sapevo di avere, si impegnassero a tal punto per rendermi omaggio».
Cosa le è rimasto in mente di Broni?
«Devo essere sincero: a lungo sono andato dicendo di esserci stato una sola volta, cioè il giorno della mia nascita. In realtà ci sono tornato per la presentazione di un mio romanzo, Un banco di nebbia, alla quale ha partecipato il grande Gianni Brera».
Lei ha scritto romanzi, racconti, poesie, articoli: cosa preferisce?
«Scrivere di arte. La pittura è sempre stata una profonda passione. Però non sono mai diventato un critico: è una categoria che detesto, la loro scrittura è infernale, non vogliono farsi capire dal pubblico. Io mi limito a scrivere le mie personali impressioni sull'arte».
Il che le ha permesso di conoscere molti artisti.
«Alberto Giacometti, Graham Sutherland, Balthus... Mentre io perdevo la testa per le loro opere, loro diventavano miei amici, mi facevano ritratti, erano a mia disposizione: per me fu incredibile».
Lei ha vissuto a contatto con Indro Montanelli e Adriano Olivetti.
«Italiani come loro non ne ho mai conosciuti. Persone speciali: non trovo altro modo per definirli. Per loro vale quanto ho detto degli artisti: si interessavano a me, cosa che mai avrei immaginato. Nella mia vita sono stato molto fortunato, forse troppo».
E' vero che ha fatto anche il cantante?
«Da giovane, a Roma, in molti locali. Erano gli anni del dopoguerra, vivevo con mia madre che rivendeva giornali. La povertà era diffusa, servivano soldi: cosi, visto che avevo una discreta voce e parlavo bene inglese, iniziai a darmi al canto. Quando un militare americano si sposava in Italia, mi chiamavano per cantare al matrimonio».
L'America: un mito per quegli anni.
«Si, per me lo era. Ero attratto dall'architettura degli Stati Uniti. Ci andai per la prima volta nel 1954. Il viaggio per mare durò una settimana, io ero il cantante della nave. Mai in aereo: per me l'America era una terra irraggiungibile e non mi sarei accontentato di appena sette ore di viaggio. Fu un'esperienza straordinaria, in cui compresi le allora incredibili differenze nel tenore di vita e conobbi persone straordinarie come l'architetto Frank Lloyd Wright».
Qual è il sale della sua letteratura?
«Semplicità e chiarezza. Scrivo per farmi leggere, diversamente dai critici. Se ti esprimi in modo oscuro, la gente ti abbandona».
Francesco Mecucci