Giovane marocchina segregata in camera dal marito-padrone

GENOVA.Per tre anni ha avuto come cielo un soffitto bianco e come compagni le pareti della sua stanza e le botte del marito-padrone. Per tre anni ha visto l'Italia e Genova attraverso le parole dell'uomo che aveva sposato e quelle della suocera. Segregata in camera da letto, costretta ad indossare solo il pigiama, per non «essere inquinata dall'Occidente». Cosi una giovane marocchina di 20 anni, E.H., ha vissuto i suoi ultimi 1095 giorni, fino a ieri mattina quando, in lacrime e distrutta, è riuscita a liberarsi e a chiedere aiuto. L'hanno salvata i carabinieri del Nucleo Radiomobile che hanno raccolto, grazie al contributo di un interprete, il suo racconto, sconnesso ma preciso, delle violenze, fisiche e psicologiche subite. E.H. era arrivata a Genova tre anni fa per riunirsi al marito, un manovale marocchino di 23 anni, sposato da cinque anni e da almeno sei anni in Italia, con regolare permesso. Per due anni aveva vissuto in Marocco, presso la sua famiglia, aspettando con ansia il momento in cui avrebbe potuto condividere la sua vita con il compagno. Prima di lasciare la sua casa aveva già avuto due aborti, ma coltivava ancora il sogno di un figlio dall'uomo che amava. La realtà coniugale, però, è diventata subito dramma appena messo piede in Italia. La ragazza è stata rinchiusa nella camera da letto della casa che il marito condivideva con la madre, nel quartiere popolare del Cep, alla periferia della città, e non è più uscita. Chiusa a chiave, con il permesso di «evadere» solo per andare in bagno, e costretta a subire le continue violenze da parte del marito-padrone.