Alberto, indagato non per caso
GARLASCO. Se è innocente, Alberto Stasi ha fatto di tutto per complicarsi la vita. Tanto che se lunedi 20 agosto indagare il fidanzato di Chiara era considerato «un atto dovuto», perché era stato l'ultimo a vederla viva la sera prima e ne aveva trovato il cadavere il 13, con il passare dei giorni i dubbi su di lui sono aumentati. Ma sono dubbi figli delle sue parole e dei suoi movimenti: ricostruzioni che Alberto ha ripetuto più volte durante i tre interrogatori a cui è stato sottoposto dai carabinieri.
Per 34 ore ha ripetuto la sua versione dei fatti. Alberto alle 9.15 del 13 agosto ha fatto uno squillo dal suo cellulare a quello di Chiara, come ogni mattina al risveglio. Lei non lo ha imitato. Alberto non si è preoccupato perché, dice, doveva lavorare al computer per preparare la tesi, anche se sembra che il pc sia rimasto acceso solo minuti e non ore. Alberto ha provato altre volte a chiamarla nel corso della mattinata, al cellulare e al fisso, ma Chiara non ha mai risposto. Dopo le 13.30 ha preso l'auto per andare a controllare di persona.
L'ultima chiamata è delle 13.45 e Alberto sostiene di averla fatta davanti al cancelletto di via Pascoli 8, dopo aver suonato inutilmente il campanello. Alberto dice di aver scavalcato il muretto e di essere entrato in casa dalla porta, che era chiusa, ma non a chiave. Qui cominciano le incongruenze. Alberto sostiene di aver visto a terra il sangue e di essersi avvicinato a Chiara, il cui corpo era riverso a testa in giù sulla scala che conduce alla tavernetta. Le sue scarpe, ora al vaglio dei Ris, non presentano tracce evidenti di sangue, il che farebbe pensare che Alberto non si è avvicinato a Chiara, forse paralizzato dalla paura. Il ragazzo però sostiene di averla vista pallida in volto, ma se la testa della ragazza era a metà scala, come faceva Alberto a vederle il viso senza avvicinarsi e pestare almeno una delle tante macchie di sangue sparse come coriandoli lanciati a manciate? E poi Alberto sostiene che Chiara era pallida, invece gli inquirenti, arrivati sul posto poco dopo, hanno visto che era una maschera di sangue. Alberto ha sostenuto che Chiara indossava un pigiama rosa, ma nella penombra non poteva vederne il colore.
Vista la scena, Alberto è uscito ed è salito in auto per andare dai carabinieri, come se avesse dato per scontato, senza bisogno di toccarla, che Chiara era stata uccisa. Solo a quel punto, sei minuti dopo essere entrato, ha chiamato il 118. Quei sei minuti però sono molto di più del tempo necessario per entrare, scorgere il corpo di Chiara riverso sulla scala e uscire.