Sul caso i sacerdoti siano molto prudenti
Egregio direttore, mi è un po' difficile comprendere le dichiarazioni del Rettore della Bozzola a proposito, o meglio a sproposito, del tragico evento ormai battezzato il «caso di Garlasco».
Mischiare l'aspetto giornalistico (cronaca) con l'aspetto psicologico del senso di colpa (psichiatria) e poi con l'aspetto morale (sacramento della confessione) crea un miscuglio pericoloso ai fini della corretta informazione della opinione pubblica. Cosi come nascondersi dietro la presunta follia omicida è un alibi fragile ed ambiguo, ben analizzato su questo giornale dallo psichiatra Agostini.
Il «blak out» della ragione e della memoria del presunto assassino è un meccanismo di difesa che scatta anche, per esempio, nel caso di un devastante incidente stradale, e può durare alcune ore o molti mesi. In tal caso non ha alcun senso lanciare appelli nell'etere della Tv o della stampa.
Se, invece, il presunto omicida è consapevole di ciò che ha fatto, allora i motivi ed i tempi di reazione - in ordine della confessione penale o sacramentale - dipendeno da infinite ed imprevedibili variabili. Neanche don Gregorio può prevedere tali sviluppi, nè per simili delitti ha senso invitare dal pulpito il presunto reo a costituirsi oppure a confessarsi. Altrimenti, i preti che operano nelle regioni del Sud controllate in larga parte della mafia dovrebbero fare tale appello a omeriche alternate, non le pare?
Poi a don Gregorio un modesto consiglio: nelle interviste eviti riferimenti religiosi troppo specifici (la scomunica, l'invito ed anche a confessarsi da lui, le presunte confessioni di imputati alla vigilia del processo). Tali messaggi rischiano di essere fraintesi in questo nostro mondo dove spesso si confonde la cronaca con il realty e la psichiatria con la fede.
Un approccio un po' defilato non guasterebbe chè la Bozzola non ha certo bisogno di ulteriori overdosi di esposizione mediatica. Il tutto detto «in camera caritatis» da parte di un parroco di campagna che si impegna a dire le cose con franchezza, senza troppi giri di parole. Anche in questo caso perchè ormai siamo un po' tutti dei cittadini di Garlasco.
don Francesco Cervioparroco di Albonese
Pavia, il bombardamento
del 4 settembre 1944
Con piacere leggo il ricordo dei bombardamenti del 1944 dell'ultima guerra che il caro amico Zucca (che mi ha anche ricordato anni fa come pittore con una sua poesia) ha voluto regalarci e che apprezzo.
Questi fatti tristi mi hanno rammentano un episodio fortunatamente a lieto fine occorso a mio padre.
Il nostro ritorno
dal bombardamento
Terso il cielo mattutino di tarda estate dardeggiato dall'inquietante sirena e tosti volteggiano cupi gli argentei voli seguiti dagli sguardi avidi e terrorizzati di noi fanciulli invano richiamati dalle madri e nei rigufi.
La voce corre, la città bombardata, l'ansia disperata per il genitore già lungamente atteso.
Una voce nel pomeriggio annuncia un possibile ritorno. La nostra corsa sfrenata incontro ad un notizia ignota.
Alcuni scalzi e tutti impolverati tornano a piedi dopo lungo percorso e tra loro intravedo il babbo stanco ma felice.
La mamma incredula sul portone sorride e silenziosamente piange.
Luciano PanzarasaPavia
Pavia, la vicenda dei rom
e il sindaco che sbaglia
Gentile direttore, mi ha molto colpito il suo commento alla vicenda dei rom comparso sul giornale di mercoledi 5 settembre. Si è espressa esplicitamente e ha parlato di «vergogna cittadina», definizione sulla quale non si può che concordare.
Forse meritava un accenno anche il fatto che si fosse pensato al poligono di tiro: non solo per la collocazione e lo stato di quell'area, che fanno pensare almeno a una non conoscenza della città che si pretende di amministrare, ma anche per una sorta di grottesca e simbolica drammaticità, deportare i rom in un poligono evoca soluzioni «finali» di mai sopita memoria, forse solo pensare ad uno stadio di calcio avrebbe modernizzato la citazione storica se pure collocata in altro continente.
E' vero, la città ha assistito alla vergognosa kermesse con freddezza e distacco, Pavia non è certo città calorosa e appassionata. Tuttavia, come lei ha sottolineato, è città dalle forti radici democratiche che in questa occasione non sono affatto emerse.
Tralascio qualsiasi riflessione riferita ai problemi di ordine pubblico e di legalità, mi sembra di una ovvietà banale e un po' stucchevole. D'altro canto, la sua sollecitazione va in direzione diversa: dimostriamoci civili e capaci di un buon senso solidale. Nulla di tutto questo è avvenuto. Gestione dell'emergenza da incompetenti, lentezza nelle decisioni, incapacità di trattare e di dialogare con il gruppo di rom, mancanza di coordinamento e di coinvolgimento delle istituzioni.
Ormai stiamo assitendo ad una sorta di gara tra chi assume le posizioni più intransigenti rispetto alla devianza e ai «diversi», con il pretesto della microcriminalità, del decoro e addirittura dell'arredo urbano si evocano provvedimenti repressivi e «tolleranza sottozero», non accorgendoci del degardo culturale e civile a cui andiamo incontro, della mancanza di progettualità e di «sguardo lungo».
Mi rammarica che i primi in classifica siano ora i sindaci di centrosinistra, tra i quali spicca la nostra prima cittadina. E' vero, la criminalità e la devianza non sono nè di destra nè di sinistra, strepita lo sceriffo di Bologna, ma sono ragionevolmente convinto che le risposte al contrario lo siano, ma questo è un altro discorso. Forse gli intellettuali da lei evocati potrebbero impegnarsi a riflettere sugli esiti. A proposito di Saperi...
Eligio GattiPavia
Il diritto e le scelte
La lezione di Rodotà
Scrivo per segnalare alcune perplessità sulla relazione del prof. Stefano Rodotà (della cui produzione scientifica molti giuristi, compreso il sottoscritto, sono riconoscenti) all'inaugurazione del Festival dei saperi di Pavia. Mi pare che il nocciolo del suo pensiero sia il seguente: «Il diritto sia sobrio e si limiti a garantire la libertà di scelta degli individui», declinando questo principio con speciale riferimento alle questioni della procreazione e del termine della vita.
E' impossibile in poche righe sia riportare gli argomenti da lui utilizzati, sia ribattervi. Basti questo: siamo sicuri che la funzione «principale» del diritto sia quella di massimizzare la libertà individuale, sino al limite della libertà altrui? Cosa succede quando due libertà entrano in collisione a causa di differenti concezioni su qualche aspetto dell'esistenza umana?
Un diritto che assume come valore cardine la libertà di autodeterminazione non è in grado di risolvere i conflitti tra libertà. Se non è in grado di fare ciò, non realizza la sua vera funzione, che è quella di garantire la coesistenza pacifica delle persone.
Ma, allora, il diritto ha bisogno di un criterio forte, non debole. Deve fondarsi sulla giustizia e, come anche diceva il prof. Rodotà, sulla dignità dell'uomo. Questa dignità è però vuota, è solo una parola, se non è universale (ed esclude ad es. i nascituri) e se ciascuno può manipolarla in base alle proprie soggettive convinzioni in forza del valore supremo della libertà di autodeterminazione.
Se la dignità è una questione di opinioni, Auschwitz può ripetersi, con nuove forme di cui la cronaca ci tiene al corrente.
avv. Marco Ferraresisegretario dell'Unione giuristi cattolici di Pavia
Voghera, una suora
che non va dimenticata
Madre Eskela Civerati mori santamente a 44 anni, il 18-3-1948. Nata in Argentina, ma con sangue italiano, si stabili a Voghera nel 1920, sedicenne. Le insegnarono l'italiano le suore benedettine cui era stata affidata, sempre a Voghera, in cui ricevette ispirazione per fondare il rinomato istituto delle «Suore Sacramentine».
Seguire la vocazione le comportò vincere l'opposizione dei famigliari. Zelante per la salvezza spirituale altrui, innamorata dell'Eucaristia, coraggiosa e robusta, affrontò serenamente diversi interventi chirurgici ecellendo per umiltà, amore per la Chiesa e il Papa, dilezione mariana.
Ricordiamola pensando alle tante suore le quali, spose mistiche di Gesù, si sacrificarono in silenzio e con grande merito. Esse sono la eterna giovinezza della Chiesa che sempre si rinnova.
Sauro RazzanoPavia
San Siro cerca aiuto
da Sant'Agostino
Insi San Sir, prutetur ad Pavia / al s'è rivolt al bon Gesü. / «Dam una män par curtesia, / mi da sul a gla fo pü! / Son gnüd forse trop veg, / o èn i temp ch'èn cambià, / chi i rob van sempr'in peg, / mi so pü da che part ciapà. / Tüti m'ciaman, tüti m'pregan: / San Sir fa vèr al Dom, / adès m'turtüran e m'tusegan, / pär pudè sistemà i Rom. / A Sän Pe i vöran un'altra strà, / gh'è chi vör un altär pont, / chi vör püsè nèta la cità, / chi dal Tesin vör netà i spond. / Via un problema suta un altär, / son strac tammè un vilän, / am par da vès diventà un martar: / o Signur dam Ti una män? / 'Sta tranquil povar vegèt, / lasam riflèt un mumentin, / sa va in port al mè prugèt, / at mandarò Sänt'Agüstin!"».
Mario GrazioliPavia