Ecco una nuova vergogna per la nostra città


Cento rom, uomini, donne e tanti bambini, caricati sui pullman lasciano l'area ex Snia sbarrata, abbandonano piazza Maggi, dove è stata smontana la tendopoli, e marciano, scortati dalle auto della polizia che fanno girare le loro luci sinistre e beffarde, verso i boschi del Ticino, oltre il Chiozzo. Sono alle porte di Torre d'Isola e cercano un impossibile varco per arrivare al poligono di tiro, per essere li al fine depositati.
La carovana si è allontanata da un quartiere pronto a scendere in piazza e trova un gruppo di residenti di Santa Sofia, sindaco di Torre d'Isola in testa, che, sdraiati in strada, impediscono il passaggio. Donne e bambini ascoltano insulti non certo degni di una terra che ha nella sua storia un patrimonio di civiltà e di tolleranza oltreché di accoglienza, e sono costretti a tornare indietro.
E non è per la catena umana che li ferma, ma perché chi ha pensato di portarli li non aveva controllato che non esistono strade adatte per condurli nel luogo sperduto, buio e senza servizi a loro destinato.
Si torna indietro, riattraversando la città, in parte estranea, in parte ignara. Complessivamente indifferente.
E' notte quando il caravanserraglio si ferma davanti al PalaRavizza. Il quartiere attorno non sa. I pochi che hanno visto o saputo già minacciano e urlano.
Era cominciata male, è proseguita peggio e non poteva che finire (anche se l'epilogo pare di là da venire) in maniera pessima la questione dei rom all'ex Snia.
E la città di Pavia, grazie agli improvvidi comportamenti del sindaco e dei suoi assessori, e con il concorso delle altre istituzioni che hanno brillato e brillano per l'assenza o per i loro tentennamenti, ne esce malissimo.
Su questa vicenda è stato inanellato errore su errore. E' vero che il municipio di Pavia non poteva farsi carico da solo del caso della sempre più grande e disperata comunità romena della Snia.
Ma è vero anche che il sindaco Piera Capitelli, il vicesindaco Ettore Filippi e l'intero governo della città hanno affrontato il problema in maniera non sempre univoca.
Ed è altrettanto vero che le istituzioni pubbliche (con la prefettura che doveva fare da coordinatrice e la Provincia che si è chiamata subito fuori) e in parte quelle private dovevano collegarsi meglio per rendere possibile un progetto concreto di integrazione.
Non si può risolvere l'emergenza rom sbattendola in faccia ora a un sindaco, ora al suo vicino.
Oggi, quando sembra aver vinto l'enfatizzazione del senso di insicurezza e di rischio, non basta l'appello fuori tempo del prefetto Ferdinando Buffoni. E' mancato fin qui - lo dicono i risultati - un lavoro efficace di tessitura per creare un progetto di accoglienza, per distribuire famiglie e singoli, su più realtà. Le battaglie ideologiche si sono mescolate alle necessità concrete. Il risultato è stato il rifiuto. Di tanti.
E' stata l'indifferenza, anche da parte degli intellettuali pavesi, che hanno preferito guardare altrove. Pavia, la sua storia non meritano però tutto questo. Forse non è troppo tardi per provare a cambiare rotta per dimostrare che le istituzioni non sono sconfitte. Che soprattutto non è battuta Pavia. Non è alla resa questa nostra terra che non ha nel suo profondo la cultura del rifiuto, anche se conosce e, giustamente, chiede il rispetto delle regole.

Pierangela Fiorani