Quattrocentomila per il Papa

LORETO. Una spianata bianca, un'onda candida di commozione. Mentre il sole cala dietro la cupola del santuario della Madonna, in 400 mila rinnovano le promesse del battesimo. Un gesto simbolico per chiudere la veglia con Benedetto XVI. I giovani cattolici italiani, in cammino verso la Giornata mondiale della Gioventù di Sidney, salutano cosi papa Ratzinger. Non più «sentinelle del mattino» ma speranza del mondo, testimoni di Cristo e guardiani della «salvaguardia del Creato». Guai a chiamarli «papa boys», quasi quasi si offendono. Questi sono i giovani delle parrocchie, i ragazzi ascoltati dalla Caritas nelle periferie italiane. E proprio dalle periferie sono giunti quelli che hanno fatto domande al papa.
«Com'è possibile sperare, quando la realtà nega ogni sogno di felicità, ogni progetto di vita?»; «In questo silenzio dov'è Dio?». Domande pesanti, i ragazzi non fanno sconti a nessuno. E se nel discorso finale Benedetto XVI riprende i suoi temi più cari: spiritualità, carità, famiglia, nelle risposte - tutte a braccio rendendo inutili i testi diffusi dalla sala stampa della Santa Sede - papa Ratzinger sceglie del corde della speranza.
Si può anche dubitare, ma non si è mai soli. Ratzinger, di fronte ai ragazzi dell'Agorà fa il professore, spiega e indica la strada: «Anche Madre Teresa, con tutta la sua carità, la sua forza di fede, soffriva del silenzio di Dio». Le vie della santità, è il suo modo di dirlo, sono davvero infinite.
Bisogna stare allegri, secondo questo papa, perché «Secondo il progetto divino, il mondo non conosce periferie». La via d'uscita è nell'amore, come indica nella sua enciclita. Non si resta «ai margini della società e della storia», se «la grandezza della nostra vita sta nello scoprire di essere amati e proprio per questo chiamati ad amare». Perché «Nonostante le grandi concentrazioni del potere - ha detto il papa - proprio la società di oggi ha bisogno della solidarietà, del senso di legalità, dell'iniziativa, della creatività di tutti».
Anche se ha disertato i momenti di spettacolo - seguendoli dalla Santa Casa di Loreto - papa Ratzinger è stato tutt'altro che lontano da questi giovani. Li ha ascoltati e le telecamere hanno catturato perfino qualche sorriso e gli occhi lucidi quando Ilaria, ventiseienne romana gli è scoppiata a piangere fa le braccia. La ragazza, fresca moglie e madre, aveva appena raccontato il divorzio dei genitori, la depressione, l'anoressia. Tutto superato grazie a parrocchia e educatori, cresima e psicoterapia. Fino alla folgorazione il primo maggio del 2000, sulla spianata di Tor Vergata, notte madre di tutte le veglie dei giovani cattolici.
Ilaria ha raccontato la storia dell'uscita da una crisi e, quasi idealmente, Benedetto XVI a lei si è collegato, denunciando nell'omelia finale della veglia come la crisi «segna le famiglie del nostro tempo». La sua speranza, la speranza di chi lo segue è che non diventi «un fallimento irreversibile». E qui il papa ha snocciolato il suo cavallo di battaglia. Matrimonio come segno d'amore, come dono fra un uomo e una donna. Un «dono definitivo, suggellato dal si pronunciato davanti a Dio nel giorno del matrimonio, un si per tutta l'esistenza». Come un uomo che sta nel mondo e che sa come vanno le cose del mondo, Ratzinger ha proseguito il suo discorso con accenti di realismo: «So bene che questo sogno è oggi sempre meno facile da realizzare. Attorno a noi quanti fallimenti dell'amore! Quante coppie chinano la testa, si arrendono e si separano! Quante famiglie vanno in frantumi! Quanti ragazzi, anche tra voi, hanno visto la separazione e il divorzio dei loro genitori!. A chi si trova in cosi delicate e complesse situazioni vorrei dire questa sera: la Madre di Dio, la Comunità dei credenti, il Papa vi sono accanto».