I campi nomadi sono una soluzione
In Francia, rom e nomadi, sono circa 400.000, in Germania 130.000, in Spagna 800.000. In Italia 140.000, come in Germania. In Francia ogni città con più di 5mila abitanti deve essere dotata di un'area d'accoglienza ben attrezzata ma con regole ferree e chi non le rispetta è espulso immediatamente e in maniera definitiva. In Germania non ci sono quasi più aree di accoglienza perché fin dagli anni sessanta esiste uno specifico progetto di welfare e d'integrazione che prevede l'assegnazione di alloggi popolari, di sussidi economici e di aiuto al lavoro ma con l'obbligo di rispettare la legge, pena l'espulsione. In Spagna ad iniziare dagli anni ottanta una politica, come quella tedesca, ha consentito di chiudere quasi tutti i campi nomadi. In questi paesi non si vede accattonaggio o lavavetri. Ed in Italia? In Italia siamo sempre gli ultimi. Ci accorgiamo dei problemi quando sono oramai difficili da affrontare e fuori controllo. Gli altri paesi sono passati, come è inevitabile, attraverso campi di accoglienza dignitosi come primo momento per accogliere. Per discriminare tra chi è nel nuovo paese solo per delinquere, che viene immediatamente espulso con atti concreti e non con il solito foglio di via, e chi è li per fuggire dalla povertà o dalla guerra (Balcani), per cercare lavoro e con una reale volontà di integrarsi. Per questi ultimi esistono programmi di integrazione che li seguono per anni, promuovendo forme di rappresentanza democratica, anche quando sono collocati in alloggi condominiali perché per la loro iniziale cultura, a forte connotazione familistico-tribale, faticano a riconoscere forme di autorità e di comportamenti sociali al di fuori del sistema nel quale sono vissuti. I programmi sono rigidi in particolare per l'abbandono dell'accattonaggio e l'obbligo scolastico per i figli. Perché i rom hanno una vita media breve, 56-57 anni, ma di essi oltre il 60% ha meno di 16 anni e dunque è soprattutto dai figli che passa l'integrazione definitiva in una società molto diversa da quella dei loro genitori.
A Pavia si sta seguendo la via: «ovunque, ma non nel mio giardino». E' emotivamente comprensibile. E' ciò che avviene nella gran parte dei Comuni italiani (salvo poche lodevoli eccezioni) di fronte ad un problema grave e potenzialmente destabilizzante per la vita dei cittadini. Un problema caduto sui Comuni senza adeguati progetti nazionali e senza un forte coordinamento operativo e finanziario a livello statale ma soprattutto regionale. Ma a che cosa può servire scambiarci i rom con Milano, con Rozzano, con Opera. Noi mandandoli là e loro mandandoceli qua. O qualcuno può davvero pensare che questa sia una soluzione duratura, ignorando che, secondo i dati riportati dalla stampa, entrano attualmente in Italia circa mille rom al mese? Possibile che non esistono altre vie più rispettose della dignità di tutti, di chi è accolto come di chi accoglie?
A Pavia l'Amministrazione Comunale, non senza contrasti, ha scelto la strada di un perentorio invito ai rom ad andarsene. Per i tempi ristretti di questo invito è forse corretto attenderne ora i risultati. Ma è certamente altrettanto urgente riprendere il dibattito sui problemi dell'accoglienza e dell'integrazione, a partire dall'opportunità di dotare, per tempo, Pavia di campi nomadi rigorosamente temporanei, corretti sotto il profilo della sicurezza dei cittadini, dell'igiene e dell'accoglienza. Aree da utilizzare per la sola emergenza come strumento indispensabile per avviare qualsiasi progetto d'integrazione dei migranti che abbia come obiettivo finale l'inserimento nella comunità locale. Cosi come hanno fatto gli altri paesi europei e cosi come peraltro era previsto al capitolo «Immigrazione» capoverso sette del programma del Sindaco, approvato dal Consiglio Comunale in data 27 giugno 2005.
Alberto Ferrariconsigliere comunale, Pavia
Offriamo un lavoro
alle donne rom
Se c'è un valore nella comunità rom, questo a torto o ragione è la famiglia, cosi come ereditata dalla tradizione, basata purtroppo sullo sfruttamento delle donne che sono le uniche che devono procurare la pagnotta quella famiglia cosi diversa dalla nostra che, pur considerando i figli un bene, non disdegna l'accattonaggio delle donne con i minori al seguito, subisce i maschi adulti, talvolta padri-padrone, ma tale era ed è ancora per loro.
Ogni volta che la comunità rom nella globalità è scacciata, inevitabilmente questa famiglia arretrata e arcaica diventa per gli stessi rom come l'ultima àncora di salvezza per sopravvivere in una realtà ostile ed emarginante.
Dove sono finite le donne? Altre amministrazioni di città illuminate, hanno istituito piccoli nuclei lavorativi di donne rom alle quali hanno assegnato una stanza e un po' di assistenza burocratica per gestire ogni giorno lavori assegnati da privati (lavori di rammendo, piccola sartoria, riparazioni, piccolo giardinaggio, etc). Oppure direttamente tramite le cooperative che lavorano già per Comune ed Asm (ad esempio pulizia scuole, uffici, bus, fotocopie, anche piccole iniziative di cultura multietnica a scuola o nelle feste di quartiere, musica popolare, etc).
Naturalmente alla donna rom verrà chiesto la presenza con un minimo garantito (a pena di rottura del rapporto ed espulsione dell'intero nucleo familiare), di mandare puntualmente i figli a scuola, e di gestire la propria famiglia (minori, vecchi, e maschi etc) con relativi controlli.
L'esperienza insegna che invece l'inserimento lavorativo dei maschi non è altrettanto immediato e avviene solo dopo la stabilizzazione del nucleo familiare.
Penso che proprio dalle donne rom occorra partire, dal concetto di pari opportunità.
Dopo anni di successi delle donne in Italia, ormai la battaglia per le pari opportunità e per la dignità della donna riguarderà nel futuro soprattutto queste donne a rischio, e anche Pavia può dire la sua.
Se tale sistema responsabilizzante sta funzionando nei più sperduti paesi del Perù grazie alle associazioni mercato Equo e solidale, perchè non dovrebbe funzionare alle porte di Pavia? Chiedere invece al nucleo familiare rom di disintegrarsi, espellendo gli uomini è un pò chiedere l'impossibile e sappiamo che per cacciarli non è necessario cercare ipocriti alibi.
Se ci sei, assessore alle pari opportunità, batti un colpo perchè a Pavia c'è oggi l'occasione di scommettere sulle donne dando loro dignità economica e puntando all'istruzione dei figli, per rompere il giogo pesante di cui sono le prime vittime.
Con le ruspe e l'espulsione alla cieca senza se e senza ma, i nostri amministratori ci stanno appioppando una immagine di città gretta, inospitale e arretrata che proprio non ci meritiamo.
Sandro Assanelliconsigliere comunale di Forza Italia, Pavia
Un modello francese
per i vespasiani a Pavia
Leggo sulla «Provincia» del 29 agosto la lettera del signor Giuseppe Lanfranchi che lamenta, giustamente, l'assoluta mancanza di vespasiani a Pavia, dei «freschi orinatoi», come li definiva Sandro Penna in un suo verso. Il cittadino, o il turista deambulante per ore nella città, rischia di fare la fine di quel gentiluomo settecentesco che invitato a un banchetto nel castello di Praga, mori per lo scoppio della vescica, perché all'epoca era considerato di grandissima maleducazione alzarsi da tavola prima che il pranzo fosse finito. La carenza suddetta è comunque comune ad altre città, se anche Marlon Brando, a spasso per Milano in occasione della prima di «Ultimo tango a Parigi», fece le stesse osservazioni del signor Lanfranchi. Sembra quasi impossibile, ma anche i divi sottostanno a certe urgenti impellenze...
Un tempo c'era chi, invece di toglierli, si preoccupava di collocare questi piccoli monumenti di pubblica utilità.
Claude-Philibert Barthelot, conte di Rambuteau (1781-1869), ciambellano e prefetto napoleonico destituito dalla restaurazione, con la monarchia borghese fu pari di Francia e prefetto della Senna dal 1833 al 1848. I suoi interventi urbanistici, a Parigi, non si limitarono però solo ai vespasiani, chiamati appunto «edicole Rambuteau», ma si estesero alle fogne, ai quais alberati, all'apertura della Rue Rambuteau.
Il conte di Rambuteau era mondanissimo, ai suoi ricevimenti di seimila persone, chiamati «la cohue Rambuteau», la ressa Rambuteau (chissà quanti ospiti avevano bisogno di andare in bagno...), le carrozze erano cosi fitte, che molti, irretiti nella coda, non riuscivano ad entrare prima delle tre di notte. Altrettanto mondano, oltre che vanesio e un po' fatuo, suo figlio, che riteneva (secondo Elisabeth de Gramont, che lo aveva conosciuto ad un ricevimento dato dalla duchessa di Luynes, come racconta nel libro «Souvenirs du Monde», Milano, Longanesi, 1956, pag. 76) di avere una testa da imperatore romano; gli fu risposto: «Si, da Vespasiano».
Loris Dalla MarigaPavia
Pavia, la ricerca
che accomuna tutti
Voglio ringraziare pubblicamente l'Assessore alle politiche culturali del Comune di Pavia, Silvana Borutti, per aver accolto la mia richiesta di invitare al Festival dei Saperi l'amico Marco Bersanelli. Professore di astrofisica, docente all'Università degli studi di Milano, collaboratore del Cnr, è tra i responsabili della missione spaziale Plank dell'agenzia spaziale Europea per lo studio delle origini dell'universo.
Credo che il tema che tratterrà possa rientrare a pieno titolo nella Democrazia dei Saperi della Scienza. Al giorno d'oggi la scienza e la teologia sono più consapevoli della specificità del loro metodo e fanno attenzione a evitare «incursioni» in quello che è chiaramente il campo dell'altra. Purtroppo gli errori commessi nel lontano passato continuano ad avere un'influenza negativa e una certa scienza continua a rifiutare - o addirittura ridicolizzare - qualsiasi dato che proviene dalla Fede o da una ricerca filosofica protesa a Dio.
Occorre citare quanto diceva Aleksandr Solzenicyn in un suo discorso: «Credo in Dio perché esiste la Bellezza». E cosa c'è di più bello del Creato? Accorgersi della presenza delle cose è la prima e fondamentale azione dell'uomo che conosce. Solo allora si possono usare frasi del tipo «com'è straordinario che esista qualcosa» o «com'è straordinario che il mondo esista». Lo Stupore (con S maiuscola) per l'esistenza è la condizione per un incontro autentico con la realtà. Diceva Don Luigi Giussani: «C'è un'evidenza prima e uno Stupore del quale è carico l'atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca».
Possiamo e dobbiamo essere tutti ricercatori, non solo gli «addetti ai lavori». Possiamo e dobbiamo essere coinvolti nell'avventura della Vita, non come semplici spettatori, ma come protagonisti.
Per tutti questi motivi non posso che invitare tutti all'incontro dal tema «La scoperta scientifica come Avventura Umana», che si terrà giovedi 6 Settembre, alle ore 17, in Aula Scarpa dell'Università degli Studi di Pavia (palazzo centrale).
Carlo Gueriniconsigliere della Circoscrizione Pavia Storica
Festival, giovani e spese
«sotto controllo»
Vorremmo replicare alla lettera pubblicata il data 29 agosto a firma di Paolo Curzi (Associazione Altri Viaggi) a proposito del Festival dei saperi.
Nel mese di giugno il Comune ha organizzato un'anteprima del Festival in cui l'intera Notte bianca è stata animata con il coinvolgimento di tutte le associazioni giovanili che si sono rese disponibili. Il programma definitivo dell'edizione di settembre vede ancora una volta la presenza delle realtà giovani della città, dagli allievi dell'Istituto Musicale Vittadini, all'associazione Universitaria Inchiostro, alle cooperative e associazioni che organizzano eventi, visite guidate e concerti.
La valutazione secondo cui è stato concesso poco spazio ai giovani è perciò da considerarsi infondata.
In merito all'accusa di «spese folli» e di «zero euro» per le associazioni della città si sottolinea che queste sono valutazioni inaccettabili. Una amministrazione pubblica opera con atti e delibere che vengono passate al vaglio di organi istituzionali e che sono appunto pubbliche e verificabili, le spese non vengono cioè decise con scriteriata discrezione. Il consuntivo verrà reso pubblico alla fine del Festival e si potrà constatare che le affermazioni dello scrivente sono quantomeno non documentate.
L'ufficio stampa del Festival dei SaperiPavia