Una collina popolata di fantasmi troppo pesanti per un cuore solo
La bimba si aggrappa, salendo, ad una veste scura, che improvvisa svanisce e una donna, fuori dal ricordo, guida, dopo quarant'anni ancora, verso i Pèsche, la vecchia casa rurale tra Varzi e Oramala..
Una vacanza? In senso vagamente etimologico si, di anno in anno aumenta il 'vacuum" di quelle valli, il vuoto di gente andata, tenacemente legata ai posti, come castagni alla terra e gialle ginestre su ruvide creste argillose.
Li era stata l'avventura infantile, la scoperta di una natura struggente ed essenziale simile alla poesia. Quella stessa durezza aveva allontanato i contadini delle alte terre verso la pianura negli anni del boom economico, perché povertà e fatica sono aspre compagne e le si abbandona appena si può.
Un tempo lei ai Pèsche ci andava a piedi, per scorciatoie, dietro le vesti scure di Madlëta, nelle lunghe estati... le stoppie del grano sotto i piedi, le vespe deliranti sulla frutta matura, il vorticare delle farfalle, l'assordante concerto dei grilli serali. E gli ininterrotti giochi con fratelli, cugini, amici... dalla mattina alla sera irresistibile, quando le ombre delle favole si levavano con il corredo spaventoso di orchi, streghe, lupi.
Vacanze... vacare...mancare allora era lo sfinimento intenso dell'infanzia innamorata di sé nel cerchio fedele della natura. Erano stati una frotta di bambini liberi, come non si vedono più, un giorno zingari, un altro cow-boy e poi ancora esploratori, cavalieri di re Artù o banditi di Robin Hood. Il covo era la legnaia, i percorsi segreti finivano invariabilmente alla Fontana delle Tane.
Per lei sola c'erano le storie di Madlëta, la minuta nonna dalla crocchia di capelli afforcinata sulla nuca. Camminava sui crinali, lungo il mare pietrificato di Oltrepo e raccontava di un improbabile Barbarossa che, sconfitto dai Malaspina, biascicava in perfetto italo-varzese: 'Oh che ora mai mala!". E il castello di Isolabella si ribattezzava in Oramala.
'Una fiórina coi pegre drücò drentaòna bógia: la casa bellissima del Gatto Mammone!"... 'Quand u gh'era miseria negra, i Malaspina, grami, i cacciè i contadn drenta ‘nta na bógia ai casté, pèna ‘d cürté".
Attraversando l'aia, nella luce soffusa di un tramonto iniziale, ora altre figure affiorano. Lei si volta verso il castello, nel cui borgo vivono ora intermittenti villeggianti, blindati nei week-end e nelle quindicine estive. Immemori di come furono intensi gli scambi tra i taciturni montanari: nelle aie aperte e nei passaggi comuni c'era una comunità vera.
La mano di Madlëta sul sentiero che offre un frutto rubato, un fiore, un sostegno, non c'è più.
Tutto trascorre e la collina si popola di fantasmi, troppo pesanti per un cuore solo.