E Gavino amò tanto Pavia
Per una crudeltà aggiuntiva del destino, Gavino Ganzu - uno dei dirigenti «storici» del circolo culturale sardo «Logudoro» di Pavia, quello che più ha fatto per rendere non episodici i momenti di fraternizzazione tra i soci - è scomparso nel periodo in cui la sede del «Logudoro» è chiusa per la tradizionale pausa agostana e buona parte degli emigrati sardi residenti a Pavia, con le loro famiglie, sono in vacanza nei paesi d'origine e nelle spiagge dell'isola natia. Chissà quanti tra loro, al diffondersi della notizia della morte di Gavino, avranno avuto un supplemento di commozione all'idea di non poterlo accompagnare per motivi logistici all'ultima dimora.
Certo, ci sarà tempo per ricordare prossimamente Gavino, davanti ai suoi numerosissimi amici, ma il rammarico traspariva dalla voce di coloro con cui ho parlato, dal presidente del «Logudoro», Gesuino Piga, al presidente emerito del circolo e della Federazione nazionale delle Associazioni Sarde in Italia (Fasi), Filippo Soggiu.
Gavino Ganzu, nativo di Bono (il paese più importante della subregione del Gocèano, in provincia di Sassari, ai confini con il Nuorese), all'inizio del 1960, a 27 anni, era emigrato in Germania.
Tre anni dopo ritornò in Italia avendo trovato un posto di lavoro alla Snia Viscosa di Pavia. Per dare un'idea di come Gavino avesse vissuto da emigrato, prima all'estero e poi nel nord Italia, intitolai il racconto della sua esperienza (pubblicato sulla rivista sarda «Ichnusa», n. 10/1986) «All'inizio avevo perfino nostalgia dei tedeschi». Proprio per la capacità dell'operaio Gavino di riflettere sulle sue vicende (lo chiamavamo «Il filosofo») lo coinvolsi nel 1999 nel progetto «Sa Limba» (la lingua), elaborato dalla Fasi e approvato dall'Unione Europea: in pratica emigrati sardi di una certa età furono pregati di raccontare, nelle diverse varianti della lingua sarda, la propria vita e di rispondere alle domande poste dai ragazzi figli di emigrati sardi (lo scopo era quello di rafforzare una continuità intergenerazionale soprattutto attraverso l'accrescimento della comprensione e della tendenziale capacità di utilizzo della lingua sarda fuori dell'isola da parte dei giovani: una sintesi del discorso in sardo logudorese di Gavino, con traduzione in italiano, è facilmente reperibile in Internet digitando «Gavino Ganzu»).
Tra i benemeriti soci fondatori, nel 1981, del «Logudoro», Gavino aveva una capacità straordinaria: quella di sapersi rapportare con naturalezza ai soci, in particolare agli ultimi arrivati, facendo loro superare con la sua simpatia le difficoltà dell'iniziale ambientamento. In questa strategia di aggregazione-socializzazione una «carta» importante era rappresentata dalla competenza di Gavino nella cottura, «alla sarda», del porcetto: dopo ore di sudate stando di guardia al suo mitico spiedo (che solo lui era autorizzato a girare...) la sua soddisfazione era quella di vedere trenta-quaranta persone che nella sede del circolo o nel suo orto (ribattezzato «lo chalet») gustavano il risultato della sua applicazione in Lombardia dei principi della più tradizionale cucina sarda: aveva una concezione conviviale della vita che lo portava alla realizzazione di momenti di allegria, che devono servire ad allentare le tensioni e a rinsaldare lo spirito di gruppo.
Pur essendo legato visceralmente a tutti gli aspetti della tradizione folklorica sarda, Gavino era tenace sostenitore delle iniziative culturali del circolo (convegni, conferenze, seminari, presentazione di libri), alle quali non faceva mai mancare l'apporto dell'organizzazione pratica, della presenza, del contributo al dibattito. Il circolo era per lui la seconda casa: e la paziente moglie Antioca, con i quattro figli, aveva perso presto il conto delle volte che Gavino telefonava per dire che (torno al discorso accennato prima) le «esigenze della convivialità» gli impedivano il rientro previsto per il pranzo o per la cena.
Negli ultimi tempi la malattia aveva minato il suo fisico forte, capace fino a qualche anno fa di incredibili (data l'età) recuperi di forma. Al circolo e anche all'orto Gavino si vedeva sempre meno: ripeteva a me e agli altri «non sto bene» ma sotto sotto tutti noi speravamo che il suo fisico non si desse per vinto. E ora la solida quercia ha dovuto cedere.
Paolo Pulinavicepresidente vicario del Circolo culturale sardo «Logudoro» di Pavia