Senza Titolo

Procedettero adagio. Il generale guardava dal finestrino i boschi che bruciavano, le volute di fumo portate via da un vento pigro, e che invece di farsi portar via, sembravano adagiarsi al terreno.
Voci, richiami; nel riflesso delle fiamme, profili di uomini al lavoro.
Lasciarono la carrozza e proseguirono a piedi. Le vaste pozzanghere sulla strada parevano rossi specchi rilucenti. Il rumore dell'incendio era alto; ardevano gli alberi, di quando in quando un faggio o un abete cedeva alle fiamme e piombava a terra, con un tonfo lungo e sordo, tra sbuffi di fumo ardente di scintille; piovevano incandescenti schegge e cadevano a spegnersi sfrigolando sulla strada.
Venne avanti un giovane ufficiale, s'irrigidi nel saluto e disse con voce stridula per l'emozione:
«Tenente Giuliani agli ordini, signor generale». Aveva un volto livido e stremato. Burbero chiese il generale: «Comanda lei, qui?»
«Signorsi».
«Riferisca».

Tutto era stato regolare, i lavori sospesi al calare del sole, messi in libertà gli operai militarizzati, passato in rassegna il presidio, diciotto uomini, un sergente e un caporale; regolare il rancio, la disposizione delle sentinelle, tre in tutto come sempre...
«Venga al dunque, tenente! Se tutto fosse stato regolare, non saremmo qui! Cos'è accaduto?, come è cominciato? A che ora?»
«Una esplosione, signor generale, verso le dieci e trenta. E' stato danneggiato il muro est del perimetro. Gravemente. Ora non si vede ancora, ci sono alberi molto fitto, tutto attorno».
«I danni?»
«Il muro è crollato per almeno venti metri, signor generale. Un disastro» e il tenente aveva parlato con voce alterata; gli occhi gli rilucevano di pianto.
«Il muro a est?»
«Quello verso la strada» osservò il maggiore, rimasto in silenzio fino ad allora.
«L'esplosivo si trovava...» cominciò il generale; si interruppe, domandò: «Opera di nemici?»
«Credo di si, signor generale».
«Non incidente, disgrazia?»
«No».
«Sono arrivati fino al muro? Come? E la sentinella, che cosa faceva? Dormiva?»
«Signornò. E' stata uccisa».

Tornelli sostenne il colpo. E tornò a domandare, ma meno impetuosamente: «E le altre sentinelle? Lei, tenente aveva venti uomini a disposizione. Che cos'hanno fatto? Non mi dirà che sono stati uccisi anche loro!»
«Signornò. Hanno risposto al fuoco... cioè hanno aperto il fuoco».
«E contro chi? Il nemico? Si erano fatti vedere, i nemici?»
«Signornò».
«Quindi, gli uomini hanno sparato a caso!»
«Signorsi, cioè signornò».
«Signorsi o signornò?» gridò il generale esasperato. Rispose il tenente: «Signornò. Due nemici sono stati uccisi».
Silenzio. Solo il rumore delle fiamme. Guardando pieno di diffidenza, il generale fece: «Uccisi? Due nemici? come fa a dirlo? Non sarà che i suoi hanno sparato a due operai?»
«No, signor generale. Non erano operai».
Silenzio ancora. Quel crepitio, quella sorta di gigantesco frusciare.
Le voci degli uomini al lavoro.
«Vediamoli».
«Di qui, signor generale».

Una cinquantina di passi; v'era una casupola, sotto un grande faggio; accennando alla porticina aperta, il giovane ufficiale disse: «Li ho fatti mettere li».
Tornelli si volse a un soldato, che fino ad allora aveva tenuta alta una lanterna: «Dammela» ordinò, la prese, si fece sulla soglia.
Davanti a lui, stesi tra rottami, stavano due uomini, nella grottesca posizione dei morti. Uno di essi, bocca spalancata e occhi aperti sul nulla, era di una impressionante magrezza.
L'altro, occhi socchiusi, e bocca distorta in una smorfia di dolore, aveva al collo un lunga sciarpa blu.
Esterrefatto il generale alzò la lanterna e si protese a guardarlo; poi volgendosi smarrito sussurrò: «Ma questo è il colonnello Bassi!»

( 32, continua)
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