MA QUEI GIUDICI APPLICANO LE REGOLE


ASanremo, l'assassinio di una donna, ex fidanzata del presunto colpevole, già accusato - circa un anno fa - di aver ucciso un'altra sua ex fidanzata.
In quel di Latina, la scarcerazione nel giro di poche ore, poi revocata, di un presunto piromane, sorpreso con 17 inneschi nello zainetto e in passato già denunziato per aver appiccato un rogo. Questi ed altri fatti di cronaca hanno causato un mare di polemiche. E' giusto chiedersi se la magistratura ha commesso errori. E se fossero riscontrati errori inescusabili o provvedimenti abnormi è giusto pretendere che siano applicate le sanzioni previste in questi casi. Il controllo (sia sociale sia disciplinare) sull'operato della magistratura è un caposaldo dello stato di diritto. Tanto premesso, va anche ricordato che la ricostruzione dei fatti sottoposti all'esame del magistrato, l'individuazione della norma applicabile, l'adattamento di essa al caso concreto, l'adozione delle misure ritenute congrue sono compiti sempre ardui. I processi (quelli civili come quelli penali) riguardano per lo piu' vicende incerte, e prospettate dalle parti con versioni contrastanti. In ogni caso si tratta di accertare fatti che il giudice non ha visto, di cui non è stato spettatore. La conoscenza del magistrato è dunque, per definizione, una conoscenza «debole» e ciò che a cui il sistema chiede è di valutare la persuasività (o la non persuasività) degli «indicatori» che le parti gli hanno addotto a sostegno delle rispettive versioni. Indicatori che, di solito, sono controvertibili ma che proprio per questo (cioè per evitare la prosecuzione indefinita della controversia) richiedono la valutazione di un soggetto preposto per legge a pronunziare sul punto una parola decisiva. L'accertamento - come è ovvio - deve avvenire secondo regole prefissate e stringenti (per questo è prevista la rigorosa motivazione dei provvedimenti), ma la possibilità di errore è sempre in agguato. Ciò non toglie, ovviamente, che certezza e prevedibilità di comportamenti siano requisiti tipici di ogni servizio pubblico in un sistema democratico rispettoso dei diritti dei cittadini. Si tratta, dunque, di raggiungere un equilibrio soddisfacente tra questa esigenza e la funzione giudiziaria. A tal fine, occorre che il magistrato sappia respingere l'individualismo esasperato, l'isolamento sospettoso, l'indisponibilità al confronto su prassi e orientamenti (dentro e fuori degli uffici) e soprattutto il disinteresse al risultato concreto del proprio intervento e al risultato complessivo del servizio.

Gian Carlo Caselli