«Tutti i rom via dall'area entro 20 giorni»
PAVIA. Il sindaco Capitelli ha dato l'ultimatum ai rom della ex Snia: venti giorni per abbandonare definitivamente ciò che rimarrà della fabbrica dismessa. Perchè questa mattina, intorno alle 6, a San Pietro era programmata un'operazione congiunta delle forze dell'ordine. Uno dei due capannoni che costeggiano viale Montegrappa doveva essere sgomberato dagli occupanti e circondato da una doppia recinzione in modo da renderlo inviolabile. Stesso destino attende, a breve, il secondo fabbricato. Tra ieri e l'altroieri i rom sono stati avvisati da personale dei servizi sociali del Comune. Le otto donne con figli piccoli alle quali era stata offerta temporanea accoglienza in alcune strutture del territorio pavese hanno risposto di no.
Lo sgombero (che il sindaco definisce più elegantemente «messa in sicurezza con relativa richiesta di uscire dal capannone») è stato anticipato, ieri, da una protesta che ha animato le sale del Mezzabarba. Un drappello di rom, guidati dalla consigliera Irene Campari, hanno affrontato sindaco e vice facendo loro presenti le difficoltà che sorgeranno quando anche i vecchi edifici, pericolanti e ricolmi di ogni rifiuto, saranno chiusi. Ma Piera Capitelli ormai ha superato la 'soglia di non ritorno". Dopo avere ordinato alla proprietà dell'area la pulizia per motivi igienici, dopo avere valutato la pericolosità statica degli immobili, ma, soprattutto, dopo avere ingaggiato un duello sanguinoso con quanti l'hanno scavalcata a sinistra, non può più fermarsi. E ieri pomeriggio, forse a confortarla sulla bontà della scelta, nello studio del sindaco c'era il presidente provinciale dei Ds, Giuseppe Villani. Cosa accadrà adesso? Si sarebbe potuto evitare un epilogo cosi traumatico? «Abbiamo mandato messaggi a più riprese - replica il sindaco - abbiamo avvertito le famiglie che gli edifici sono pericolanti e che se ne sarebbero dovute andare. Purtroppo alcuni hanno illuso i rom che si potesse allestire un campo per accogliere 180 persone. Ma non è cosi. Non si farà nessun campo. E il Comune non è in grado di mettere a disposizione strutture, visto che quelle esistenti sono occupate da amici e parenti degli stessi rom». Perchè il 'collo di bottiglia", in tutta questa storia, sono proprio i centri di Fossarmato e San Carlo. Due anni fa vi furono alloggiate famiglie rom nell'ambito dell'operazione freddo. Da allora, i gruppi si sono 'impadroniti" delle strutture, rifiutandosi di uscirne e intasando i posti comunali a disposizione dei bisognosi. «E noi cosa dovremmo fare? - prosegue il sindaco - togliere la casa popolare a una delle mille persone che sono in lista d'attesa? Per assegnarla, poi, a chi non ne ha i requisiti e, soprattutto, non ha fatto nulla per dimostrare la propria volontà di integrarsi?». Su questo aspetto, sulla ricerca di un lavoro (non necessariamente regolare) ha sempre battuto molto il sindaco. E torna a farlo alla vigilia dello sgombero: «Uno degli uomini che sono venuti a protestare in municipio mi ha detto che non ha mai trovato lavoro. Ed è in Italia da otto anni. Possibile che in un periodo cosi lungo non gli sia mai capitato nulla? E gli altri capi famiglia che erano con lui mi hanno detto tutti che un lavoro ce lo potranno avere entro pochi giorni. Io mi sento presa in giro». Di qui la decisione di portare avanti la linea-dura. Nonostante i bambini. «Abbiamo offerto un ricovero temporaneo alle madri con bambini di età inferiore ai sei mesi, alle donne incinta e agli ammalati. Ma hanno rifiutato quasi tutti». Madri e mogli non vogliono separarsi dai mariti. Dove andranno tutte queste persone? Ieri si prevedeva di allestire una tenda della protezione civile per le prime emergenze. Ma poi i rom dovranno abbandonare l'area. In città viene rafforzata la vigilanza sulle altre aree dismesse, come la ex Necchi o l'ex tipografia Ponzio dietro a via Folla di Sotto. Mentre le assistenti sociali sottolineano uno dei nodi principali del problema: «Pretendere di adattare la nostra mentalità a quella di queste famiglie è sbagliato e improduttivo. Da qualsiasi lato si consideri la questione».