«Volevano soldi, poi avrebbero ritrattato»
ROMA. Volevano soldi. Soldi per ritrattare. Si fecero avanti con una telefonata in comunità, proprio la mattina del giorno in cui don Pierino era atteso dai magistrati di Terni per essere interrogato e difendersi dall'accusa di abusi sessuali. Ci sarebbe dunque un vero e proprio tentativo di estorsione dietro le denunce di sette giovani a carico del prete antidroga finito sotto inchiesta per molestie. A raccontare l'antefatto della vicenda giudiziara che lo vede indagato - mentre la procura tace e circola voce che sarà aperta un'inchiesta sulla fuga di notizie - è lo stesso fondatore di Comunità Incontro. «La mattina dell'interrogatorio ho ricevuto una telefonata estorsiva. Volevano dei soldi per ritrattare le accuse e mi dissero».
«Noi veniamo a discutere cosi poi ritratteremo»», ricorda il sacerdote. Chi ci fosse all'altro capo del filo, in comunità lo sanno anche i sassi. È storia vecchia, storia di balordi animati da vendetta. «È la famosa storia di quelli che hanno rubato in comunità di notte, denunciati da me e poi espulsi», continua don Pierino. Due ragazzi che scontavano una pena alternativa al carcere e che, allontanati dalla struttura per via del furto, se la legarono al dito. «Tanto te la faremo pagare» fu la minaccia pronunciata lasciando la casa di Amelia. Da qui le denunce che hanno dato il via all'inchiesta. Prima due, poi altre cinque. Tra queste quella di un detenuto che tornato libero dopo lunghi anni di prigione si era rivolto a don Pierino per chiedere aiuto: aiuto in cambio di una ritrattazione delle accuse messe a verbale. «Una cosa strana perchè questi cinque si sono aggiunti molto tempo dopo, trascinati dal primo», aggiunge il sacerdote ripetendo di avere perdonato chi lo accusa falsamente: «Sono persone che nella vita hanno sofferto molto e che a volte scaricano sugli altri».
Don Pierino, invece, se la prende con chi avrebbe dovuto proteggere la segretezza degli atti e non lo ha fatto. «Temo proprio che che dietro tutto questo ci sia un disegno», attacca Don Gelmini che fino a fine agosto, come ogni anno, rimarrà in Aspromonte, in campeggio con i suoi ragazzi che lo difendono a spada tratta. Del resto non è la prima volta che su don Pierino si addensano nubi di tempesta e ogni volta la tempesta è passata. Era accaduto anni fa, ricorda uno dei suoi legali, l'avvocato Lanfranco Frezza. Stesse accuse, stesso copione. Tutto archiviato dall'allora procuratore Cesare Martellino. Tutto sciolto come neve al sole. Ed era accaduto anche all'inzio degli anni Ottanta quando un pretore mandò i carabinieri al Mulino Silla, la casa madre di Amelia, in cerca di armi e droga. «I militari trovarono solo un gruppo di ragazzi infreddoliti, ospitati un edificio semidiroccato dove la comunità di Don Pierino muoveva i primi passi», ricorda ancora l'avvocato Frezza.
Ad Amelia, intanto, la vita scorre come sempre. «I ragazzi sono tranquilli. E ne' ieri ne' oggi ci sono stati abbandoni. In nessuna delle 160 sedi che abbiamo in Italia», spiega Giampaolo Nicolosi, segretario di una struttura, puntualizza, «che non ha recizioni ne'cancelli». «Certo abbiamo letto i giornali e i ragazzi non parlano d'altro. Ma siamo tutti sereni», aggiunge Nicolosi. Soprattutto nessuno può credere all'indiscrezione secondo la quale i presunti abusi si sono consumati nella cosiddetta stanza del silenzio, il luogo dove i ragazzi, per regola interna, fanno meditazione due volte alla settimana. È una bellissima stanza con grandi vetrate trasparenti e senza tende. Portefinestra di tre metri per tre che affacciano sulla strada senza nemmeno una serratura. Un luogo aperto dove Don Pierino incontra tutti. Non un bunker.