FUORI UN MOGGI SE NE FA UN ALTRO

Che si fa, ci si racconta un'altra volta del calcio «tarocco»? Aggiustato, condizionato, pilotato. Negli arbitraggi in campo, nella designazione degli arbitri, nei risultati, nei bilanci, nel mercato giocatori. Era cosi il calcio italiano nell'anno della sua vittoria ai Mondiali, appena un anno fa. E cosi era stato negli anni precedenti, almeno una dozzina. Un gruppo di potere fabbricava classifiche e arraffava affari. Fuori e contro ogni regola. La blanda e corporativa giustizia sportiva ha sentenziato che imbroglio c'era, ma saltuario e circoscritto.
Insomma scorrettezza si, racket no. La giustizia civile e penale suppone invece una chiara e operativa associazione a delinquere. La logica e soprattutto i fatti emersi fanno propendere per la seconda ipotesi di reato. Ma lo sappiamo con certezza da un anno, qualcuno lo sospettava da prima, che facciamo, ce lo raccontiamo ancora perchè è arrivato il rinvio a giudizio e ce lo racconteremo ancora ad ogni udienza del processo lungo almeno un anno ancora?
Stupirsi non si può più. Indignarsi è quasi patetico. Chiedere sanzioni esemplari è più in ritardo di un treno di pendolari. Una sola cosa si può fare, e non è detto che sia divertente: guardare che calcio sarà nell'anno che viene. Bene, guardato. E quel che si vede nel prossimo futuro è un calcio più o meno uguale a quello che c'era. Perchè, se qualche carriera è stata interrotta o spezzata, se qualcuno ha pagato dazio, se qualche faccia non c'è più, comunque i meccanismi che quel calcio «tarocco» hanno prodotto sono rimasti intatti.
La situazione sistematica di bancarotta in cui vive l'industria calcio: spendono più di quanto incassano, generano economia del debito. La separatezza del sistema calcio dalle regole, quelle del mercato, dei codici civili e penali e perfino dell'ordine pubblico. E infine la classe dirigente, l'ambiente che, di fronte ad ogni ipotesi di cambiamento, da un anno sempre reagisce con un corale: resistere, resistere, resistere.
Questi tre elementi sommati tra loro inevitabilmente generano illecito ed illegalità a prescindere dalla qualità degli uomini e dai colori delle magliette.
Nell'anno che è passato il governo ci ha provato. Il decreto Amato per ricondurre il calcio e gli stadi alla legge comune. Una perfetta rete preventiva che però non si chiude. Resta allentato il nodo della repressione e la prevenzione serve contro il tifoso occasionalmente delinquente, è invece poca cosa contro i delinquenti strutturalmente tifosi. Prevenzione senza repressione non ferma e non scioglie le bande da stadio, la delinquenza politica e comune che abita le curve. E poi il provvedimento Melandri: l'obbligo alla vendita collettiva dei diritti tv. Sarebbe questa la prima pietra su cui costruire l'edificio di una gestione aziendale che generi risorse. Ma anche qui il tentativo di riforma si è arrestato di fronte al dogma della concertazione per cui dovrebbero essere le stesse società di calcio a gestire ciò che non vogliono e non sanno fare. Insomma, non si è mai vista una corporazione che si fa braccio di una mente riformista, figurarsi quella del calcio.
Fuori un Moggi, se ne fa un altro. Per uno che cade, un altro già si forma: purtroppo il processo che arriva è insieme il passato, il presente e il futuro.