Intesa sugli studi di settore


ROMA.Studi di settore: accordo siglato con le categorie di autonomi (si tratta di circa 5 milioni di contribuenti) che erano insorti contro i freni messi dal viceministro delle Finanze Vincenzo Visco alle spese da detrarre dagli imponibili. In pratica, i tecnici delle finanze e delle categorie hanno trovato un'intesa sui tre punti che il giorno 27 giugno non erano riusciti a trovare. Tutto questo comporta un costo e Visco si è rivolto subito alla Confindustria spiegando che bisogna diminuire «gli incentivi», cosa che non ha trovato riluttante uil presidente Luca di Montezemolo perchè spesso alcuni di questi incentivi sono farraginosi e burocratici.
Partita chiusa? No, perchè l'ultima parola si dirà quando le imprese esamineranno con il viceministro quali sono gli incentivi di cui possono fare a meno. Quindi l'ultima parola spetta ad un tavolo di confronto tra governo e Confindustria.
Per ora però i piccoli si dicono quasi soddisfatti perchè i tre punti «sono stati chiariti». La scorsa volta il viceministro Visco parlò di «concesssione» e i piccoli parlarono di «positività dell'incontro, ma di questioni aperte ancora irrisolte». Ecco i punti e la loro relativa soluzione. Nell'incontro di ieri mattina si è deciso che è ammesso per tutti, tanto per quelli i cui studi sono revisionati quest'anno (circa 65) che per gli altri 135 in attesa di revisione (gli studi di settore si revisionano a gruppi entro tre anni e sono in tutto circa 200), «l'adeguamento al livello minimo dei ricavi derivanti dall'applicazione degli indicatori economici».
Che cosa vuol dire? Negli studi di settore si indicano un minimo e un massimo di fatturato (nel caso di una piccola bottega si chiama ricavo). Se un contribuente non stava entro il minimo indicato, veniva considerato «non congruo». Ora deve denunciare almeno il minimo ricavo stabilito in precedenza dallo studio di settore (il ricavo era stato aumentato in modo unilaterale dal ministero, protestavano gli autonomi).
Il secondo punto è che diventa onere dell'agenzia delle entrate «motivare l'accertamento», nel caso in cui non venga rispettato neanche il «minimo ricavo». Finora era sempre il proprietario di una piccola azienda che si doveva discolpare dall'accertamento fiscale portando prove contro accuse di cui veniva a conoscenza in quel momento.
Infine l'indicatore «del valore aggiunto per addetto» viene superato con l'indicazione di intervalli di costi coerenti con l'attività svolta dall'impresa. Anche questo merita una spiegazione. «Il valore aggiunto» è il valore della manodopera che bisognerebbe denunciare alle tasse, nel senso che il lavoro aggiunge valore a qualsiasi materia prima. Basti pensare ad una artigiano del legno, o ad un semplie barbiere. Ora il fisco aveva messo una griglia molto stretta entro cui tutti dovevano denunciare «il valore» del lavoro. Artigiani e commercianti si sono impuntati, perchè questo somigliava molto a quella 'minimum tax" che venne introdotta su richiesta dei sindacati nel'92. Insomma toglieva flessibilità all'imponibile fiscale.
Il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo sostiene di essere disponibile a rinunciare a qualche incentivo. Potrebbe aprirsi la possibilità di una profonda revisione delle tasse per le grandi società in cambio della rinuncia ad una parte degli incentivi. Per le piccole imprese che aderiscono agli studi di settore si aprirebbe la strada ad una revisione dei principi di «normalità» che sono quelli che imbrigliano i costi. Non solo. L'intesa avrebbe valore finchè tutti gli studi di settore non sono stati revisionati, cioè fino al 2010. I punti dell'accordo potrebbero diventare normativi come emendamenti al ddl 1485 già in discussione al Senato.
Secondo una nota del viceministro, l'intesa risponde «in pieno alle esigenze manifestate nei giorni scorsi dai rappresentanti delle categorie firmatarie del Protocollo».

Antonella Fantò