Il Dpf non piace né a Bruxelles né all'Fmi
MILANO. Bruxelles e Fondo Monetario si schierano contro il Dpef. Il risanamento dei conti pubblici deve procedere al ritmo di mezzo punto di rapporto deficit/pil all'anno: chi intende fare diversamente - ossia, allo stato attuale, Francia, Grecia, Slovenia, Austria, Italia e Portogallo - «agisce contro lo spirito e la lettera della parte preventiva del Patto di stabilità». Sono parole chiare quelle riservate dalla Commissione europea agli Stati membri che hanno scelto di utilizzare la favorevole situazione ciclica anche per sostenere politiche espansive e redistributive.
E nella serata di ieri anche l'Fmi ha definito il Dpef non in linea con i consigli del board: «Lo sforzo di consolidamento fiscale non risponde ai bisogni dell'Italia, sia per rafforzare i conti pubblici, sia per raggiungere gli obiettivi di crescita e di risanamento prefissati dal governo», ha dichiarato la portavoce del Fondo monetario.
Il rapporto trimestrale sulla zona euro pubblicato ieri fornisce l'occasione alla Commissione per ribadire le proprie perplessità sul Documento di programmazione economica e finanziaria approvato la settimana scorsa dal governo italiano.
L'Italia, che insieme al Portogallo è l'unico paese della zona euro ad essere sotto procedura per deficit eccessivo, «punta - si legge - a realizzare i miglioramenti previsti della bilancia strutturale nel 2007, anche se nel contesto del nuovo documento di programmazione economica a medio termine del governo è emerso un quadro meno favorevole per lo sviluppo dei conti pubblici». A più riprese il rapporto ribadisce l'importanza che nelle fasi positive per l'economia, i cosiddetti ‘good times', «gli sforzi strutturali verso l'obiettivo di bilancio a medio termine» siano «superiori allo 0,5%» fissato dal Patto di stabilità e di crescita riformato.
Tuttavia «un'analisi dei programmi di bilancio fa intendere che, a soli due anni dalla riforma del Patto, numerosi Stati membri non stanno applicando i solidi principi di politica di bilancio stabiliti nella riforma del Patto per periodi come questo».
Per il 2008 il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, che ieri si è rifiutato di commentare il documento di Bruxelles, ha annunciato una correzione strutturale dei conti pubblici pari allo 0,1% del pil, e allo 0,7% nel 2009, venendo meno al percorso di risanamento concordato con Bruxelles ai tempi di Giulio Tremonti e finora mai messo in discussione dal governo Prodi, ossia di una correzione dello 0,5% all'anno fino al pareggio, anticipato dall'Ecofin di Berlino, ad aprile, dal 2011 al 2010. Ma il Dpef appena approvato ha ottenuto sempre ieri il via libera dall'agenzia di rating Standard & Poor's: «non avrà alcun impatto sui rating», afferma l'agenzia, rilevando tuttavia che il rinvio di parte del risanamento - obiettivo deficit-Pil 2007 al 2,5% contro il 2,3% indicato a marzo - sottolinea «la fragilità della coalizione di governo».
In Italia «sembrano aver prevalso le richieste di politiche più espansive - prosegue S&P - che si sono moltiplicate in linea con la perdurante forte crescita delle entrate fiscali».
E secondo l'agenzia di rating se questa situazione dovesse replicarsi nelle attuali trattative sul sistema pensionistico «sarebbe un grave passo indietro per la stabilità di lungo termine delle finanze pubbliche.
Di più - prosegue l'agenzia - l'attuale rafforzamento ciclico delle entrate deriva in maniera significativa dal vigore della domanda esterna. Mentre permane la debolezza intrinseca dell'economia italiana».