La cittadella romena assediata dai topi

MORTARA. «Viviamo in mezzo ai topi. Rosicchiano le porte, corrono sulle scale». Bambini a giocare in cortile, canottiera e pannolino. Muratori ipertatuati, musica balcanica dalle autoradio, madri di molti figli con il gonnellone gitano. La cittadella dei romeni è in via Sant'Albino Alcuino 12, dietro la ex Marzotto. Un mondo a parte dentro il 'lugòn", palazzina di mattoni rossi a tre piani costruita un secolo fa per i dipendenti della manifattura. Venduti poi a privati, gli appartamenti sono occupati da sette famiglie arrivate dalla Romania, due africane e una italiana. Il capo-comunità è Michele Kostake, 44 anni e cinque eredi fra i tre e i 21 anni. «Chiediamo la casa popolare al Comune - raccontava ieri mattina - Ma nessuno ci aiuta».
Da Craiova in Lomellina.Michele è arrivato sei anni da Craiova con tutta la famiglia. Fa il muratore. Su braccia e petto ha tatuato la sua vita: i nomi dei figli e della moglie Dana, simboli e scritte in rumeno, una tigre. Parla italiano senza fatica. «A Mortara c'erano già degli amici: mi hanno detto vieni che c'è lavoro. Prima ho abitato a Madonna del Campo, ci sono tanti rumeni anche li. Poi ho preso casa qui».
Prima porta al piano terra, a destra delle scale. Persiane verdi, vista sulla campagna e gli impianti dismessi del fabricòn Marzotto - gli operai sono in cassa integrazione da due anni - cucina, due stanze, bagno. Mobili scassati, letti rifatti in corsa e pavimenti lavati prima di accogliere gli ospiti, playstation e parabola. Tre letti matrimoniali - la figlia di 21 anni che li ha appena resi nonni vive a Milano - una riproduzione della 'Gioconda" alla parete. La spesa settimanale fatta al discount ammassata sul tavolo. Un buco largo dieci centimetri nel portone: Michele dice che l'han fatto i topi.
Affitto di 400 euro: il proprietario, un egiziano trasferito a Roma, ogni mese viene a prendere i soldi in contanti. Altre tre famiglie romene hanno comprato l'appartamento del lugòn (in dialetto vuol dire il 'luogone", la grande casa), dove abitano ormai da anni.
«Nessuno ci aiuta».Il lavoro c'è e si tira avanti. Ma secondo Michele «non tutti gli italiani ci vedono di buon occhio. Pensano che rubiamo, o peggio ancora. Almeno, adesso non c'è più il problema del permesso di soggiorno: siamo nella comunità europea». Da tre giorni ospita un cugino, Denny, arrivato dalla Romania a cercare lavoro. Tiene d'occhio il figlio piccolo, Nicson, capelli lunghi e piedi nudi: «E' malato di cuore. Ma i soldi per curarlo non li abbiamo».
Vorrebbero la casa popolare: «ce ne devono essere tante vuote a Mortara, ma il Comune non ce le dà». Non vuol sentir parlare di graduatorie. «E poi, abbiamo chiesto gli assegni famigliari. Niente da fare». I figli vanno tutti a scuola, dice, tranne il piccolino. La moglie non lavora per star dietro alla famiglia. Dalla sua Bmw blu in cortile, modello nuovo, la radio spara una melodia 'manea", l'equivalente del liscio nel paese del conte Dracula. L'atmosfera è fra Goran Bregovic e Mario Merola.
Nonno Leone e il piccolo Dragos.Arriva un'altra macchinona, al volante un omone coi capelli a spazzola. «Rumeno? No, calabrese. Mi chiamo Leone Lucisano: in giro sanno tutti chi sono. Ho una casa qui di proprietà: ma ci vive mia figlia, che adesso è in Calabria. Vengo ogni tanto a controllare, sono amico dei bambini. Mi chiamano nonno. Vero Dragos?». Dietro un finestrino dell'auto spunta uno scugnizzo di otto anni, ricci neri e faccia sveglia. E' mezzogiorno, si riempie il cortile. Si beve birra ai tavoloni vicino ai due lavatoi trasformati in verande e rispostiglio di masserizie, con i fili per appendere i panni. Uomini, giovani e non, bambini con gli occhi da grandi. Le donne in casa a far da mangiare. «Qui il problema peggiore sono i topi. Grossi, tanti, a decine». Secondo Michele, addirittura centinaia: «Vengono su da fossati e campi. Ma il Comune non fa qualcosa per bonificare la zona?»