«Vittima di un usuraio insospettabile»

VIGEVANO. «La mattina, appena scendo dal letto, vedo davanti agli occhi la faccia dell'uomo che mi ha rovinato. Mi sembra che la mia vita non abbia senso. Non valgo niente, sono zero. Ma ho una dignità e vado avanti solo per i miei figli». Ha 65 anni, abita in un Comune della Lomellina ed è collaboratore di una ditta artigiana con sede in una città del Piemonte.
Da 10 anni la sua vita è diventata una battaglia contro l'usura. Al suo fianco ha la famiglia, gli altri soci della ditta e l'associazione antiracket 'Vigevano Libera", presieduta da Maria Grazia Trotti. Sulla sua strada Luigi (é un nome di fantasia) non ha incontrato la malavita organizzata, ma un direttore di banca che ora è un ex-direttore. E' stato costretto a dare le dimissioni quando sono venuti alla luce gli episodi che gli venivano contestati. Ma i conti di Luigi non tornano. Dopo la 'mazzata" finanziaria ricevuta, la ditta va avanti tra mille difficoltà che hanno avuto ripercussioni sulla vita dell'artigiano e dei familiari. Luigi però ha deciso di non tacere.
Quando sono iniziati i guai?
«Nel 1993 con la vendita di una casa. Mi trovai con una certa disponibilità di liquidi e il direttore della banca della località piemontese in cui ha sede la ditta mi consigliò alcuni investimenti, ma io rifiutai. Allora si fece avanti chiedendomi addirittura un prestito perchè diceva di trovarsi in difficoltà».
E lei ha accettato?
«Gli diedi circa 30 milioni di lire, poi gli chiesi la restituzione. Ma lui tergiversava. Però lo sollecitai perchè anche io, in quel periodo, mi trovavo nella condizione di aver bisogno di quella somma. Mi rispose di non preoccuparmi: lui era un direttore di banca e dovevo fidarmi. Ma i soldi non li ho più visti».
Come si è arrivati all'usura?
«Cominciò, su suo consiglio, un giro di assegni. Come spiegano anche le motivazioni della sentenza, aveva garantito la medesima liquidità con la promessa di cambiarmi in contanti e subito eventuali assegni con data posticipata e maggiorati, come diceva, 'per le sue competenze". Le somme variavano, a seconda dei giorni di scadenza, da 250mila a 300mila lire. Questo giochetto andò avanti fino al 1997. In totale firmai assegni per un giro totale di circa un miliardo e mezzo con interessi dal 57 al 195%».
Quando sono finiti i 'giochetti"?
«Ad un certo punto mi consegnarono tre carnet di assegni, poi compilati per un importo di circa 300 milioni, senza rilascio di alcuna ricevuta. I soldi dovevano essere impiegati per pagare gli insoluti giacenti in banca di alcuni miei clienti, invece hanno preferito pagare gli assegni. Di questo movimento di titoli però non c'è traccia. Non risultano negli estratti conto».
Veniva progressivamente 'strozzato". Perchè ha continuato a pagare?
«Perchè quando entri nel meccanismo non esci più. Mi teneva legato minacciando che avrebbe fatto protestare gli assegni».
Però poi l'ha denunciato.
«Si, verso la metà del 1997 perchè ormai era impossibile andare avanti. Presentai la denuncia su consiglio di un altro direttore di banca. Questo per dire che non intendo puntare il dito contro una categoria. Io ho incontrato un farabutto, ma ci sono anche tante persone oneste».
Dopo la denuncia, i processi. Com'è andata?
«Ho atteso sei anni per avere la sentenza di primo grado, arrivata nel 2003. Il tribunale della città piemontese in cui ha sede la banca ha condannato l'ex-direttore a un anno e mezzo per usura. Ma in appello il verdetto è stato ribaltato. L'imputato, pur avendo confessato, è stato assolto 'perchè il fatto non costituisce reato" con una motivazione che mi lascia di stucco. I giudici dicono, in pratica, che nonostante la confessione, non si può parlare di usura perchè l'imputato non aveva tenuto per sè le somme ricevute, ma le aveva redistribuite ad altri. Per quanto riguarda un'eventuale responsabilità civile della banca, i giudici l'hanno negata anche in primo grado sostenendo che il direttore aveva agito autonomamente e l'istituto di credito non può essere corresponsabile. Dopo la sentenza di primo grado ci era stato riconosciuto il diritto ad avere 250 milioni di lire dal mutuo di solidarietà per le vittime dell'usura, ma è stato revocato dopo l'appello».
Insomma, si è trovato con un pugno di mosche. E adesso?
«Non voglio cedere. Sono convinto delle mie ragioni e spero nella Cassazione. Vado avanti grazie alla fede, alla mia famiglia e all'aiuto dell'associazione 'Vigevano Libera", con cui ho preso contatto nel 2005. Ci ha dato, oltre che sostegno morale, anche supporto giuridico e amministrativo per le pratiche. La ditta va avanti, ma con grandi difficoltà. Siamo in una condizione che ha richiesto grossi sacrifici anche ai miei familiari ed è questa la cosa che mi fa più male. E' pensando a loro che non smetterò di chiedere giustizia».