Un frate tra le macerie del Terzo Reich

VOGHERA.Morirono in tanti, vittime dei bombardamenti, della fame, delle macerie, della furibonda battaglia finale fra l'Armata Rossa e gli ultimi pretoriani del Terzo Reich, nella Berlino semidistrutta della fase conclusiva della guerra. Ma ci fu anche chi riusci a sopravvivere a questo inferno e a fare ritorno in Italia. E' il caso di padre Stanislao, al secolo Dionigi Re, classe 1918, cappellano militare della divisione di fanteria «Cagliari», catturato in Grecia dopo l'armistizio e deportato in un lager che sorgeva all'immediata periferia della capitale del Reich hitleriano. Frate del convento dei francescani, in via Pietracqua, padre Stanislao è deceduto nell'agosto dello scorso anno, fino alla fine testimone lucido e attento dei fatti sconvolgenti da lui affrontati sessant'anni fa. Il religioso ha descritto quei venti, terribili mesi di prigionia in un diario, pubblicato a cura del Museo storico di Voghera (Dionigi Re - Padre Stanislao, Marvia edizioni), per la collana dei Quaderni storici. «Sono arrivato al reparto - aveva raccontato in una delle sue ultime interviste, resa alla 'Provincia pavese" in occasione del sessantesimo della fine della guerra - la sera dell'8 settembre '43. Il reggimento era acquartierato a Pilos, vicino ad Atene. L'indomani mattina ero già prigioniero dei tedeschi...». Per Dionigi e i suoi commilitoni cominciò la lunga strada verso il lager: dapprima a piedi, poi su un vagone piombato diretto in Germania. «Rammento con particolare riconoscenza gli ungheresi - continuava la sua testimonianza - ovunque al nostro passaggio ci porgevano cibo ed acqua». Dopo la tappa nel campo di smistamento di Lukenwalde, padre Stanislao arrivò al lager di Berlin-Lichtemberg, nei pressi dell'aeroporto. «La cosa più angosciante? I bombardamenti. Ce n'erano almeno due al giorno. Nel dopoguerra rivisitando quei luoghi sono stato molto toccato dalla vista del cimitero italiano».