Basso pentito, il ciclismo trema
ROMA. L'uomo sempre più solo in fuga è Ivan Basso: davanti ha la salita più dura della sua vita. Rivelare, raccontare, spiegare, aprire la voragine del doping nel ciclismo. La decisione di parlare alla Procura antidoping del Coni da parte del corridore varesino si spiega da un lato con le prove inoppugnabili che Torri e i suoi collaboratori gli hanno messo sotto al naso lo scorso 2 maggio, dall'altro con la enorme pressione mediatica alla quale è stato sottoposto nelle ultime settimane: «Ci siamo detti che era il caso di levarsi questo peso da dosso, dalla coscienza», ha spiegato l'avvocato di Basso, Massimo Martelli. La decisione era stata presa la scorsa settimana: amici del varesino già il giorno dopo l'audizione avevano confermato che voleva collaborare con la giustizia.
Messo all'angolo dalle prove a suo carico, compresa l'impossibilità di una difesa ad oltranza, Ivan ha capito che non aveva altra chance: si è pentito. Ha parlato. Ha fatto quello che non riusci a Marco Pantani, l'altro grande del ciclismo italiano travolto dal doping. Ivan no, ha scelto di non farsi travolgere: «Ivan ha fatto esattamente quello che tutti chiedevano a Pantani e che Marco non fece: ora, ve lo chiedo a nome del ciclismo, non lasciate solo Ivan Basso», è stato l'accorato appello del presidente della federciclismo Renato Di Rocco. Basso collabora, Basso racconta: svelerà i segreti nascosti dell'Operazione Puerto, il più grosso scandalo del ciclismo moderno, che ha già fatto una vittima illustre, Jan Ullrich. E verrà fuori un quadro «di sistema» del doping, non solo in Spagna, non solo nei frigoriferi del dottor Eufemiano Fuentes. C'è il rischio che dai verbali di Basso arrivi un'altra valanga sul ciclismo internazionale. Le sue parole saranno pietre sul ciclismo, forse la tanto auspicata svolta. Se il varesino ha parlato è perché vuole continuare a correre, cerca l'aiuto delle autorità italiane, da «pentito» tenta di ottenere uno sconto per non chiudere qui la carriera. Il suo obbiettivo è correre il Giro del 2008. Ma a poche ore dalle clamorose confessioni ecco la doccia gelata targata Uci: «Nessuno lascerà solo nessuno. Se vuole, Basso avrà il supporto dell'Uci. Ma una cosa è certa: le regole vanno rispettate, non potranno essere previsti sconti di pena, come previsto dalle sanzioni Wada», ci ha tenuto a sottolineare immediatamente il «triste e amareggiato» presidente dell'Uci Pat McQuaid. Due anni sono previsti per chi fa uso di doping, e due anni dovranno essere: la Federciclismo è avvisata, niente sconti. Perchè c'è della politica anche nel caso Basso: la grande vittoria del Coni è aver dimostrato che si poteva far luce sul caso Puerto, contrariamente a quanto è accaduto in Spagna, a quanto non hanno voluto fare altri paesi, Germania esclusa.