La Resistenza secondo Vittorini

PAVIA. 'Uomini e no", scritto da Elio Vittorini nel 1944, è stato definito uno dei migliori frutti letterari della Resistenza. Da domani in edicola sarà possibile acquistare il volumetto assieme al nostro quatidiano al prezzo complessivo di 5,90 euro. Del libro e del messaggio che quelle pagine ci inviano ancora oggi parliamo con un intellettuale pavese, l'avvocato Clemente Ferrario.
Ferrario, studioso e ex partigiano si confronta con la Resistenza dipinta da Vittorini. Anche se, ammette, «per me la migliore definizione di ciò che è stata la Resistenza è di Maria Corti, 'quel mondo pieno di contraddizioni, un po' puritano, un po' casinista, sempre vivo, in cui l'eroico si mescolava al comico, il programmato al casuale, le sorti del contadino povero a quelle dello studente fresco di letture 'crociane"».
Vittorini scrive: 'Perché se non erano terribili, uccidevano? Perché se erano semplici, pacifici, lottavano?"
«Perchè era una scelta ideale. Il gappista faceva una guerra terribile, combatteva di notte senza un retroterra dove rifugiarsi. Solo perché era convinto come noi che fosse l'ultima guerra. Come disse Petter: 'combattiamo perchè finisca, e dopo venga un mondo senza più guerre. La guerra non si può rendere più umana". La soluzione era abolirla, cercare un modo di vivere diverso».
Nel romanzo, dopo una rappresaglia Vittorini scrive: «Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura»...
«La paura c'era. Tante volte ho avuto paura, quando in montagna non si capiva da dove venissero gli spari. La rappresaglia era paura che venisse meno l'aiuto della popolazione, che non ci avrebbe più dato rifugio. Un partigiano senza questo non sopravvive. E qualche volta è capitato che per paura delle rappresaglie dei tedeschi non ci lasciassero dormire nei fienili».
Vittorini si chiede, fin dal titolo, qual è l'uomo. Se siano uomini anche coloro che opprimono, perseguitano e uccidono i più deboli o solo chi è perseguitato. È mai riuscito a vedere umanità nel nemico?
«Sicuramente è stata una lotta tra uomini. Ma era impossibile vedere il tedesco in modo umano. Ad esempio: tornato a casa dopo l'8 settembre, Pavia era occupata dai nazisti. Noi liceali andavamo su e giù per Corso Cavour per incontrare le ragazze, ma quell'anno era in mano loro. Una sera vidi in un vicolo due ragazze che ridevano con due di loro. Fu come un tradimento, tra noi e loro doveva esserci una barriera insormontabile. Non erano come noi, nessuna solidarietà».
Clemente Ferrario è nato nel 1926 a Pavia, dove vive. Ha partecipato alla Resistenza, è stato militante del Pci e avvocato della Camera del Lavoro. Ha scritto numerosi saggi. (a.ghez.)