Magnani, l'ufficiale degli alpini che disse no a Stalin
VOGHERA.Il 'niet" ripetuto più volte ai carcerieri sovietici e al propagandista-inquisitore D'Onofrio, che pretendeva l'atto formale di sottomissione all'Urss e al comunismo, gli costò 11 anni di prigionia nei lager russi, che non saranno stati campi di sterminio ma neppure luoghi di villeggiatura. Solo nel 1954, il capitano degli alpini Franco Magnani, lomellino di Mede, potè fare ritorno a casa e riabbracciare i familiari. La sua figura viene tratteggiata dal giornalista e scrittore Alfio Caruso, nel suo ultimo libro, Noi moriamo a Stalingrado, che verrà presentato domani pomeriggio alla biblioteca Ricottiana di Voghera (oltre che dalla bella biografia di Giuseppe Barba, Un soldato tra due epoche). Caruso ne parla nelle pagine dedicate al dramma della prigionia in Russia dei soldati italiani, costretti a terribili marce di trasferimento e poi, per chi arrivava vivo alla meta, a sopportare la detenzione in condizioni disumane, in un paese che aveva poco anche per se stesso, figuriamoci per i nemici. La situazione - ha osservato Caruso - cambiò di un poco in meglio nel 1944, dopo il rientro di Togliatti in Italia. Ma non per l'allora capitano Magnani, su cui si addensò l'assurdo sospetto di essere un agente del Vaticano e di aver progettato un attentato alla vita dello stesso leader del Pci. Magnani dovette subire anche un processo-farsa per le presunte angherie da lui inflitte a un contadino russo. Nel 1954, la fine dell'incubo. Rimasto nell'esercito, l'ufficiale di Mede raggiunse il grado di generale. E' morto nel 1965 per i postumi di un incidente. (r.lo.)