Il tesoro del Duomo di Vigevano

VIGEVANO. Un vero e proprio tesoro, di quelli con la doppia 's", che farebbe girare la testa anche al viscido Gollum di Tolkien. Per fortuna è ben protetto da 'occhi" indiscreti, e conservato sotto chiave all'interno del Duomo di Vigevano. Sta li dal 1534, da quando il Duca Francesco II Sforza decise di darlo in regalo al vescovo di allora. Nascosto durante le guerre, e in tempi pericolosi, non è mai uscito dalla Sacrestia dei Canonici. Fino al 1970, quando il vicario generale, Monsignor Molinari, decise di condividerlo con la cittadinanza.
Lo prese in blocco, lo spostò nelle bellissime sale affrescate accanto alla Sagrestia, e ci fece un vero e proprio museo. Oggi, quello stesso museo, ha acquisito fama internazionale e molti degli oggetti vengono prestati per mostre in tutto il mondo. 'La collezione - spiega la direttrice Nicoletta Sanna - vanta una cinquantina di pezzi, non molti, ma unici, preziosissimi e con un valore inestimabile".
Si comincia con la sezione dedicata ai corali, ai messali e ai codici miniati, opere di grande importanza che risalgono alla fine del ‘400 e sembrano essere state realizzate dai maestri Agostino e Ferrante Decio (i miniaturisti della corte degli Sforza). 'Uno dei codici - continua la Sanna - è stato attribuito invece a Guglielmo Giraldi e partirà a mesi per Ferrara, per la mostra 'Cosmetura, l'arte a Ferrara e Borgo d'Este".
La seconda sala è dedicata alle oreficerie: qui spiccano calici, reliquari, ostensori, croci per le processioni, coppe di Norimberga e oggetti di varie epoche. Magnifico il pastorale (che mostra Sant'Ambrogio in cattedra e Sant'Agostino inginocchiato) in avorio lavorato del 1530, e il reliquario ambrosiano, dono di Galeazzo Sforza che, a quanto dice la Sanna, è il pezzo più antico del museo. Di grande interesse è poi il calice messicano in argento dorato e datato 1600, arrivato fin qui grazie ai francescani. 'Il fiore all'occhiello di questa sezione è una pace, una sorta di altare portatile che si baciava prima della Comunione, e che per secoli è stato erroneamente attribuito al Cellini. In realtà è di chiara scuola lombardo-cremonese". Argenti ma anche tessili, il tesoro del Duomo conserva uno strepitoso paramentale settecentesco ricamato in oro zecchino, che la tradizione vuole essere stato usato, insieme alla corona ferrea, da Pio VII per incoronare (a Milano il 26 maggio 1805) Napoleone Bonaparte re d'Italia. 'Il nostro pezzo forte però - continua la Sanna - sono gli arazzi, dodici in tutto, di cui sette particolarmente preziosi". Risalgono al 1520 e vengono da Bruxelles (allora il top dei top in materia di arazzi), dalla collezione personale di Francesco II. Vi sono raccontate alcune scene sacre, come la parabola del figliol prodigo, la storia di Giuseppe ebreo e quella di Ester, 'ma al sacro alternano anche la vita cortese, sono laicizzati, è come se la scena si svolgesse nell'ambiente della corte. È questa la forza della loro bellezza".
A completare il tesoro sono infine le sei tavole di Bernardino Ferrari, uno dei più importanti pittori locali del ‘600: venivano usate come ante per l'altare e raccontano la storia di Cristo, la sua passione e risurrezione.
Chiara Argenteri