Il Milan ora vuole Shevchenko

MILANO. Una finale col Liverpool per vendicarsi dell'incredibile 4-3 di Istanbul o un incrocio carico di amarcord col carissimo amico-nemico Andriy Shevchenko? L'euforia degli eroi di Monaco fa per un momento dimenticare ai rossoneri che la strada per la Grecia è ancora lunga e difficile. «Voglio alzare la coppa, la mia quarta Champions League, ad Atene contro Sheva, che è un grande amico»: sceglie il Chelsea Seedorf, quasi avesse già spazzato via in semifinale il Manchester del nuovo semidio Cristiano Ronaldo e del maestro Ferguson, che ha umiliato la Roma e quasi deriso il calcio italiano. Una trance, che a parte la legittima soddisfazione per la vittoria netta di Monaco, deriva da un cocktail di certezze e sensazioni.
Anche se qualcuno adesso dirà che era facile, anche se il Bayern non perdeva in casa in Champions dal 3 novembre 2004, questo Milan si sente (ed è, nei numeri delle statistiche che fanno il ranking Uefa) primo in Europa. Intuisce - ed è la prima volta quest'anno - di aver completato una rimonta lunga contro le vicissitudini di calciopoli e contro una lunga catena di infortuni. «Potrebbe essere un paragone giusto quello tra il Milan e l'Italia dei Mondiali. Siamo entrambi cresciuti strada facendo. Veniamo da molto lontano - ricorda Seedorf - la semifinale adesso è un traguardo molto importante anche se è Atene, non Manchester, il posto dove vogliamo arrivare. In quanto a me io non sono tornato mercoledi per il semplice fatto che non ero mai andato via. Sono 15 anni che gioco, in campo e fuori dal campo sempre impegnato per la squadra, e ho dato sempre tutto». Seedorf dà merito a Ancelotti di aver saputo gestire «situazioni molto complicate». «Complimenti al tecnico perchè essere in semifinale di Champions non è per tutti, specialmente considerando le difficoltà che abbiamo avuto. E poi bravi i tifosi, la società, tutto l'ambiente che ci ha sostenuto». E il Manchester? «Sono mesi che diciamo che è la squadra da battere - afferma il centrocampista olandese - Noi dobbiamo dargli il rispetto che meritano. Loro però faranno bene a fare altrettanto. Noi abbiamo fatto vedere in passato che possiamo andare a Manchester e vincere». Nessuna paura per il 7-1 subito dalla Roma: «Sono giornate molto particolari: al Manchester tutto è andato bene e alla Roma tutto male. Capitano queste partite, anche se sette gol sono forse un pò troppi». Poi Superpippo, uno per il quale la Champions ha qualcosa di particolare, alcune volte taumaturgico. «Il gol è tanto più bello quanto è più pesante. Non mi sono accorto di essere partito in fuorigioco, però penso fosse questione di pochissimo, come quello di Gilardino all'andata, che era buono». Inzaghi ha dovuto stringere i denti: «E' il desiderio di esserci in partite cosi, anche se non sei al massimo sai che la voglia e la testa ti possono far fare tanto. Adesso avrò 15 giorni e ho bisogno di allenarmi per migliorare ancora la condizione. La Nazionale? Donadoni sa che se ci fosse bisogno di me, ci vado volentieri, all'azzurro non riesco a dire di no». Insomma non si dà dei limiti: «Spero di continuare cosi fino alla fine del mio contratto - spiega - poi si vedrà. Io non so se devo essere l'uomo di tutte le partite o di qualche partita, sento una fiducia incondizionata, dal presidente ai tifosi».