Prodi vuole una società di garanzia per la rete
ROMA. No allo «spezzatino» di Telecom in salsa messicana, si ad una società «di garanzia di transito» sul modello britannico per la rete. In una lunga conversazione con il direttore del Sole 24 Ore e proprio mentre la Cdl accusa il governo e il ministro Bersani di voler condizionare il mercato, Romano Prodi definisce reale il rischio di un frazionamento dell'azienda telefonica e traccia la rotta che dovrebbe portare al rilancio del gruppo. «Il governo non è né assente né reticente anche se più di tanto non può fare» premette il premier, che fa capire che se potesse farebbe molto di più.
Poi ricorda la bufera scatenata dall'opposizione sul piano Rovati («Una vicenda infame, un attacco inqualificabile») e sta attento a non sbilanciarsi troppo sul futuro di Telecom: «Dico solo che una soluzione la troveranno».
Quanto al rischio «spezzatino», il Professore suppone che la dichiarazione di interesse per l'azienda telefonica italiana non sia americana e messicana, ma soltanto messicana. E dettata quasi unicamente dall'interesse di Slim per Tim Brasile, e che alla fine il rischio di uno «spezzatino» sia tutt'altro che remoto. «A me lo spezzatino piace, ma solo a tavola» taglia corto Prodi, che è contrario a riportare la rete in mani pubbliche (esattamente il contrario di quel che chiedono Prc, Pdci e Verdi) e pensa a una rete che svolga un servizio pubblico, nel senso di essere accessibile a tutti gli operatori, e che non sia di proprietà o di controllo statale.
Pubblica dunque no, ma italiana si. Quindi una società di garanzia di transito che metta a disposizione un monopolio naturale, un «sistema nervoso» più tecnologico ed efficiente di quello attuale, con l'obiettivo finale di offrire servizi e contenuti ai consumatori a costi concorrenziali senza per questo indebolire l'operatore principale». La posizione del premier coincide con quella del ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani per il quale la rete Telecom «deve restare italiana. Ma tocca al sistema finanziario industriale darsi una mossa, non al governo» spiega il ministro diessono in una lunga intervista al Messaggero.
Il governo sta cercando di condizionare il mercato? L'opposizione ne è convinta e parte all'attacco. Sandro Bondi (Fi) vuole sapere se è vero (come scrive il Corriere Della Sera) che Bersani «collabora alla nascita di una cordata italiana che possa contrapporsi alla ofensiva americana di At&t» e chiesde una smentita al ministro. Smentita che non arriva e che è seguita, in serata, dalla richiesta di un dibattito in Parlamento da parte di Bondi che legge nel suilenzio di Bersani «la conferma dell'arbitrio che impera ormai nella politica e nell'economia di un governo che sovverte i fondamenti della democrazia».
Ma ieri a tenere banco non sono state le polemiche dell'opposizione. Il rilancio della Telecom preoccupa il governo e l'auspicio di Prodi resta quello di vedere farsi avanti una proposta seria da parte di banche e imprenditori in grado se non di contrastare i rivali americani, almeno di trattare da una posizione di forza. E per raggiungere questo obiettivo, il Professore (per il quale un intervento di Mediaset potrebbe trovare ostacoli già nelle norme antitrust) non esita a sferzare i capitalisti italiani. «Che cosa posso dire di quello che sta succedendo? Una sola cosa: che bel capitalismo, complimenti. Dicono: è il mercato, bellezza. Ma» affonda il Professore «c'è da morire dal ridere. E' tutta una corsa a chiedere protezioni e favori...».
Su un punto, comunque, Prodi è chiarissimo. Le critiche al governo sono inaccettabili perché sono gli operatori del mercato nazionale che rischiano di perdere una grande occasione.
«In nessun altro paese» cosi il direttore del Sole 24 Ore riassume il pensiero di Prodi «si farebbero portar via sotto il naso il principale operatore delle telecomunicazioni. Non è pensabile una cosa del genere né in Germania, dove il controllo di Deutsche Telekom è in mani pubbliche, né in Francia».