Il Papa nei cortili dell'università che ospitò Foscolo, Monti e Volta


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Il posto, con i cortili solenni; le lapidi a ricordare i secoli, a severa testimonianza e talvolta a dare la folle speranza o il folle sogni d'averne una; le aule, cosi diverse da quelle frequentate fino ad allora; i professori, i libri, le nuove anicizie.
Lo studio, l'ansia per gli esami e poi, fatalmente, quel senso di non essere ormai più studenti, ma laureandi. Di qualcosa che finiva, e sarebbe stato altro che dire addio al liceo. Tutto questo è destinato a restarti nel cuore, se ce l'hai.
T'avevano dato le premesse per la vita. Tammé i piviòn, diceva un mio vecchio amico: l'università fa come i piccioni, i quali danno da mangiare ai figli, gli insegnano a volare, li portano infine su un tetto e poi dicono: vola. Se voli, bene; se cadi, male, ma sono ormai affari tuoi. Addio.
Ma no, non è proprio come i piviòn. Addio, l'Alma Mater non te lo dice mai. In un modo o nell'altro ci torni sempre. Ci tornano anche i Papi.
Nel 1984, parlando al magnifico rettore, ai docenti e naturalmente agli studenti, Giovanni Paolo II, disse tra le altre una frase molto bella: «L'Università, lo sapete bene, vuol dire anche libertà». Si. Con gli studi, universitari e non, la vita offre un lungo momento di preparazione, una sorta di pausa prima del lavoro che fatalmente distoglie o addirittura impedisce. Se non si impara ora, ad essere liberi (e in un senso più ampio, non lo si impara dai libri), non lo si apprende più. Resteranno poche occasioni di confrontare le nostre con le opinione degli altri, attraverso lo studio e la lettura che sono, intellettualmente parlando, fondamentali per la comprensione della libertà. Sappiamo bene che gli uomini più liberi sono i più istruiti, i più in grado di far fronte a quel sempre possibile corto circuito spirituale, intellettuale, o forse soltanto sentimentale, che introduce all'anti-libertà. Per questo è cosi preoccupante la troppo, la pericolosa e scoraggiante lentezza delle diffusione della lettura, e quindi dello studio, da noi.
Preoccupante mi sembra, però, anche il proliferare delle Università le quali, se non riescono a divenire «Alma mater» (e poche se la fanno, naturale), non sono madri, e forse anche matrigne, che di diplomi, e alle quali c'è poco o null'altro da chiedere.
Il rapporto tra la città e l'Università mi pare sia divenuto, in questi diciamo ultimi vent'anni all'incirca, più stretto e sicuramente più cordiale di prima. Prima (e senza andare indietro nel tempo, quando Pavia era città industriale o quasi, e tra studenti e operai non correva affatto buon sangue) le due realtà faticavano a trovarsi e a riconoscersi; il pavese-tipo preferiva non entrare in Università se non per passare dal piazza Leonardo a Strada Nuova; e il professore-tipo, di tutto s'interessava fuorché della città che l'ospitava.
C'era qualche brillante eccezione, certo; ma in genere, tu di là e io di qua, e gli studenti interessavano solo in quanto inquilini. Oggi le cose sono cambiate, per molti motivi, tra i quali rammento solo l'Unitrè, con le sue molteplici iniziative, variamente sostenute dall'Università, che si apre a manifestazioni cui presenzia un numero di cittadini sempre crescente.
Pochi dubbi che l'aver sede a Pavia, in un'altra posizione strategica, abbia giovato all'Università; ma certo, senza di essa la città sarebbe altra cosa. Non stiamo li ad immaginare cosa, rallegriamoci invece che le cose siano come sono.
Il modo migliore per visitare l'Università sicuramente non è quello cui sarà costretto il Papa, quello cioè ufficiale. L'ufficialità, lo sappiamo, esclude la fantasia; che invece ci vuole, nel passare di cortile in cortile, nell'immaginarli al chiaro di luna, nel fermarsi davanti a questo o a quel busto, a questa o a quella iscrizione, e cercare di capire se hanno, e qual è il loro messaggio.
Che cosa vorrebbe dirmi, questo bel professore coi suoi superbi baffoni? E Ugo Foscolo sarà contento d'avere proprio in faccia, a pochi metri, Vincenzo Monti, o scambierà con lui, ancora, feroci epigrammi? E avresti voluto, tu, essere nell'Aula VI, ed uscirne cantando patria e libertà?, o in quell'altra aula, ad ascoltare le lezioni di Cardano o di Volta, o di Forlanini, o di altri luminari e, per citarne uno senza sprofondare troppo nel passato, di Emilio Gabba?
Alla fantasia, ben più che alla nostalgia, m'affido quando (avendo pavesemente atteso un giorno di nebbia) me ne vado in cerca dei tempi, delle parole, dei visi, dei sentimenti perduti. Ci faccio qualche sogno, e intanto cammino quieto sotto i porticati dei cortili verso Strada Nuova, o scendendo per una piccola magica scala, passo in quelli che furono, una volta, dell'Ospedale. Quando ero studente di lettere, ancora non c'erano. Niente magnolie, per noi di allora, niente di quegli altri alberi cosi belli, niente rosse decorazioni in cotto.
Tutta questa parte di edificio, dal 1932 sede delle Caserma Menabrea, era divenuto, dopo la guerra, rifugio di povera gente disastrata e, in seguito, d'altro. Per cui «Menabrea», anziché restare il cognome del bravo generale, divenne parola esclusivamente pavese che (come la più diffusa «corea»), indica oggi ancora un posto miserabile, sovraffollato, disordinato, e via dicendo. Tempi perduti. E che non tornino.
Bene. O male, non so. Benedetto XVI ha visitato altre università, e naturalmente vi ha parlato.
Chissà che cosa dirà da noi, rispondendo al rettore Angiolino Stella, e allo studente che gli avranno dato il benvenuto. Spero che non dica soltanto parole di circostanza, come spesso e inevitabilmente sono costretti a fare i visitatori illustri e frettolosi; mi piacerebbe qualcosa che lasci il segno, come ad esempio il discorso, tanto importante quanto volutamente frainteso, tenuto all'università di Ratisbona.
E' che ci siamo abituati, ormai, ad aspettarci da questo Papa cose interessanti, vale a dire cose destinate a sollevare discussioni. Le quali, si sa, da noi troppo spesso si fanno con la faccia feroce; anche questo è scoraggiante, e perbacco, quanto coraggio ci vuole a stare un po' quieti. Speriamo che Benedetto ci dia una mano. Chissà.
(5 - Continua)

Mino Milani