Bocchiola, la voce italiana di Hornby

PAVIA.Traduttore di lungo corso con la passione per la poesia, Massimo Bocchiola è la voce italiana di Auster, Welsh, Hornby, O'Connor, Pynchon, e sarà protagonista del primo appuntamento del ciclo 'Il lavoro editoriale, professioni e competenze» organizzato dal collegio Santa Caterina. Mercoledi 4 aprile alle 21 parlerà di traduzione con Massimo Gezzi.
Bocchiola, com'è nata la passione per la traduzione?
«Molto casualmente. Ho cominciato a collaborare con alcune case editrici e siccome sapevo bene l'italiano e un po' l'inglese mi hanno proposto di tradurre. Ora è la mia attività principale».
C'è una traduzione a cui è più affezionato?
«Stella del Mare di O'Connor. Mi ha molto emozionato».
Cosa le piace di questo mestiere?
«È divertente anche se si svolge in solitudine. È vario, ogni libro presenta sfide diverse anche se di uno scrittore che si traduce da tempo. In questa sorta di artigianato letterario il rapporto con il testo è meno nevrotico di quando si scrivono cose proprie. Mi piace l'interpretazione, soprattutto oggi che, con le tecnologie a disposizione, capire il significato delle parole è più semplice. L'aspetto più divertente è quella sorta di ricerca investigativa per capire come è fatta una certa macchina o un certo tipo di casa, cosa ha rappresentato in America o in Gran Bretagna un comico o un gruppo musicale di cinquant'anni fa, a noi sconosciuto».
Mettersi nella penna di un altro implica una certa intimità letteraria: con chi si sente più in sintonia?
«Ci sono autori che mi onorano della loro amicizia. È vicinanza caratteriale, che si può estendere ai gusti letterari. Uno di loro è Joseph O'Connor, di cui sto traducendo un romanzo piuttosto difficile. O Tim Parks, di cui ho tradotto un solo libro ma con cui sono ugualmente in contatto. Poi c'è il fascino che un autore esercita su un traduttore: quando traduco Pynchon ho l'impressione di trovarmi in una cattedrale intellettuale: è interessante passare sotto ogni arco, percorrere ogni navata».
Qual è l'autore più difficile?
«Sempre Pynchon, un gigante: da settembre all'estate mi dedicherò al suo 'Against the day", 1200 pagine. Ci sono autori che sembrano difficilissimi, come Welsh, ma in cui la cosa più complessa è la scelta linguistica di partenza. E poi ci sono autori piani, limpidi, come Auster, che invece si rivelano difficili da rendere in italiano con strutture che non tradiscano l'originale».
Che qualità deve avere un buon traduttore?
«Quello che dico ai miei allievi è di tenere sempre le orecchie bene aperte. Sentire la gente per strada, ascoltarci nel corso di una conversazione informale, quando l'autocontrollo linguistico è meno severo. E poi leggere molto, sia in inglese che in italiano. Se ad esempio vogliamo tradurre uno scrittore contemporaneo che ha scritto un romanzo storico facendo il verso ai moduli linguistici dell'Ottocento, dobbiamo andare a leggere Nievo e Manzoni, i libretti delle opere. E leggere le traduzioni di autori stranieri dell'Ottocento per vedere come altri hanno reso la lingua comune Ottocentesca».
Com'è la situazione della traduzione in Italia?
«C'è sempre più interesse nonostante sia un lavoro non molto ben retribuito, come altre professioni intellettuali. Per guadagnare tanto bisogna lavorare tanto. Il 90% dei libri nuovi sono tradotti dall'inglese. La velocità è una qualità importante, sia per il guadagno che per la compatibilità con i tempi editoriali: le case editrici devono fare una politica culturale economicamente sostenibile. Mi sento stimolato a produrre qualcosa di apprezzabile dal punto di vista professionale conciliando qualità e tempo del mercato, perché per me alla fine è un mestiere bellissimo, non una 'missione"». (a. ghez.)