UN INNO ALLA FANTASIA
La seconda volta di Oscar Freire a Sanremo è ancora un capolavoro. Nel 2004 il cantabrico, rivelazione al mondiale del 1999 a Verona, aveva bruciato Erik Zabel ormai a braccia alzate. Stavolta si è preso gioco di Petacchi. Freire è gioia per gli occhi di chi ama il ciclismo fatto di talento e istinto, dove astuzia e senso tattico si fondono nella classe. Freire, che cosi ha già vinto tre campionati del Mondo e che a settembre a Stoccarda punterà al poker mai riuscito nello storia della maglia iridata, è l'incarnazione dello sprinter puro, il fantasista che per una squadra rappresenta un possibile valore aggiunto invece che un costo tattico condizionante. Un modo spettacolare di interpretare il ciclismo che, specie in Italia, abbiamo dimenticato. In nome di un conformismo stabilito per linea mediatica, per anni la classificazione qui da noi è andata al rovescio: quelli come Freire erano i «succhiaruote» in contrapposizione a Cipollini, definito il re delle volate anche se bisognava portarlo in carrozza negli ultimi 2 o 3 km sperando che tutto filasse liscio. E negli avvenimenti davvero importanti gli è accaduto solo nel 2002 con i successi a Sanremo e al Mondiale di Zolder. Petacchi, che del Re Leone è stato fin qui una pallida controfigura, ha dimostrato anche ieri come questo modo di interpretare gli arrivi in gruppo produca spesso giganti dai piedi d'argilla. Freire invece ci ha ricordato Freddy Maertens al mondiale di Praga nel 1981. L'Italia lavorò tutto il giorno per Beppe Saronni e il belga si materializzò sulla linea del traguardo. Viva la fantasia.