Chernobyl al primo convegno

BELGIOIOSO.Ad oltre 20 anni dalla tragedia di Chernobyl, vaste zone dell'Europa si ritrovano ancora a fare i conti con le conseguenze dell'onda radioattiva che nell'aprile del 1986 ha investito l'intero continente. L'interesse attorno a questo tema è tuttora molto elevato, come dimostra l' affluenza al convegno 'Chernobyl - Oltre la sbarra" organizzato ieri dall'associazione 'Mondo in cammino" e dai comitati per Chernobyl dei comuni di Binasco, Ceranova, Solaro, Villanterio e Zeccone presso la Casa di Accoglienza di Belgioioso.
Alla riunione hanno partecipato sindaci e amministratori dei paesi in cui sono sorti i comitati e anche dei Comuni limitrofi, ma soprattutto molte famiglie che, negli anni scorsi, hanno aderito alla campagna di accoglienza promossa da 'Mondo in cammino".
Sono state decine le famiglie del Pavese che, per un mese all'anno, hanno offerto la loro disponibilità ad ospitare bambini bielorussi e russi.
«I bambini non vengono in Italia a 'respirare aria buona" come qualcuno erroneamente crede - ha spiegato il presidente di 'Mondo in Cammino" Massimo Bonfatti -. La cosa importante è un'altra. Durante i trenta giorni di permanenza nel nostro paese possono mangiare alimenti sani, non contaminati e questo fa si che il tasso di radioattività interna del loro organismo scenda del 30-50 per cento. Purtroppo, però, non è sufficiente. Non appena rientrano nella loro terra d'origine, riprendono infatti ad alimentarsi con ortaggi, carne e latte che contengono percentuali elevatissime di radiazioni. Per ignoranza, per povertà, per mancanza di adeguate informazioni e di impegno da parte delle istituzioni locali, quasi nessuno osserva le norme elementari per proteggersi dalla radioattività».
E' proprio su questo punto che i progetti di accoglienza, cosi come sono stati intesi fino ad oggi, hanno in un certo senso mancato il loro obiettivo.
«In tanti si rifiutano di abbandonare le abitazioni nelle zone più contaminate - continua Bonfatti - e, per riuscire a sopravvivere, 'rimuovono" il problema, dicendo che le radiazioni non esistono, perché non si vedono né si toccano, e quindi non devono fare paura. In questo quadro desolante, i progetti di accoglienza devono obbligatoriamente evolversi e accompagnare i bambini nel loro ritorno in patria. Devono risvegliare le coscienze e fornire alla popolazione tutti gli strumenti necessari per difendersi dalla radioattività in loco».
Melissa Berti