Possono fare male i miti di oggi
(dalla prima pagina)
L'indagine della Magistratura chiarirà eventuali responsabilità dei sanitari coinvolti ed eventuali negligenze degli enti preposti a controllare la sicurezza delle procedure adottate in questi poliambulatori.
Ma in questo tipo di vicende c'è anche la responsabilità morale di un sistema che trasforma in merce ogni potenziale bisogno umano.
La chirurgia estetica è diventata uno dei grandi miti di massa, uno dei consumi più diffusi e dei business più fiorenti. Permette di correggere piccole e grandi imperfezioni fisiche, di adeguarsi a canoni di bellezza imposti dalla televisione, di mascherare le alterazioni dovute all'età. Il suo impetuoso sviluppo è frutto dell'invecchiamento della popolazione insieme al mito dell'eterna giovinezza.
Interventi di chirurgia estetica sono praticati da sempre più numerose persone che hanno un'immagine pubblica, con effetti molto negativi. Se un attore, un cantante, un personaggio televisivo o un politico correggono un difetto, cancellano le rughe, tagliano la pancia, fanno il trapianto del cuoio capelluto, ecco che questo loro comportamento esce dalla sfera privata e diventa subito un messaggio pubblico, rivolto a milioni di persone. Il messaggio è: tutto è possibile, tutto è facile, tutto può essere rifatto.
In questo mondo virtuale non trova più cittadinanza il passare degli anni, il dolore che segna i volti, l'imperfezione.
La chirurgia estetica, nella sua forsennata e lucrosa ambizione di «rifare» i corpi, ci illude di poter diventare ciò che non siamo. Anziché aiutarci ad essere, pienamente e consapevolmente, ciò che siamo. Come fa la buona medicina che ci sostiene nel dolore e nell'infermità, senza negarli.
Una società che estende, in ogni direzione, il campo delle possibilità di intervenire sul corpo, per modificarlo e plasmarlo a piacimento, scivola pian piano verso un mondo di irrealtà. Al contrario, l'equilibrio di una cultura e di una società dipende dalla capacità degli uomini di accettare il limite, l'imperfezione, la caducità.
E dunque di apprezzare la singolare, imperfetta e caduca bellezza di ciascuno.