Enrico IV, l'ambizione e l'astuzia
PAVIA. Dal variopinto carosello storico del giovanile Enrico VI, alla trasparente cantabilità lirica di Riccardo II, dalle ampie prospettive strutturali e l'acuta attenzione psicologica di Enrico IV, ai biechi effetti da melodramma del Riccardo III, alla luminosa e raccolta epopea militare di Enrico V, le Histories inglesi di Shakespeare costituiscono due corpose tetralogie che raccontano, senza soluzione di continuità, le vicende di cent'anni di monarchia inglese, dalla fine del XIV secolo alla fine del XV. Di questa produzione l'Enrico IV è una delle riuscite migliori. Strutturato in due parti complementari, che costituiscono però come un unico, lunghissimo corpus in dieci atti, il dramma scorre su due piani paralleli.
Da un lato c'è il palazzo, cioè il potere, la storia fatta di intrighi, guerre civili, spartizioni cruente di carte geografiche, con Bolingbroke, salito al trono con il nome di Enrico IV dopo essere riuscito a deporre Riccardo, impegnato a combattere i Percys, gli uomini che lo aiutarono a conquistare il potere sottratto a Mortimer, principi turbolenti e superbi i quali, offesi dalla ingratitudine del re, fomentano la rivolta unendosi al duca di York e ai ribelli della Scozia e del Nord. Dall'altro c'è la 'Taverna della Testa di Cinghiale", la realtà plebea in cui irrompono il divertimento e la beffa, la crapula e lo slancio vitalistico, dominio incontrastato di sir John Falstaff e della sua compagnia di tagliaborse e malandrini. Per mezzo del sovrano, tormentato dal ricordo dei propri delitti, e di suo figlio Enrico principe di Galles che erediterà la corona dopo aver preso coscienza di sé, essersi comportato da valoroso sul campo di battaglia, aver disconosciuto il proprio passato e rinnegato il vecchio amico di bagordi, nonché di Hotspur, il guerriero feroce e a suo modo allegro, assetato di gloria e di potenza, Shakespeare oggettiva e insieme traduce in termini di rapporto umano la vicenda storica. Ma è attraverso Falstaff, che la pone, con evidente simpatia, in una luce critica, violenta, allegra, ammiccante. Tanto che il dramma finisce con l'appartenere tutto alla vitalità gioconda, al disprezzo per le leggi del mondo, alla saggezza con cui giustifica le peggiori ribalderie di questo eroe buffone, miscuglio e parodia del miles gloriosus e dei vizi allegorici di sapore medievale. Con lui prorompe nel dramma il quotidiano, il reale in un'opposizione continua fra le ambizioni e gli sdegni dei potenti e le piccole astuzie e le burle dei gaudenti, fra le grandi verità meritevoli di essere tramandate e le verità minime destinate a rinascere e a spegnersi di giorno in giorno. Cosi, mentre la Storia fa procedere i suoi inesorabili meccanismi di potere, la brigata di perdigiorno persegue la propria disordinata utopia di libertà fuori di quella Storia, della quale non può essere protagonista, e della quale sceglie perciò di proporsi come faccia ghignante e parodistica. (f. cor.)
ENRICO IV di William Shakespeare con Paolo Bonacelli, Carlo Simoni, Corrado D'Elia; regia di Marco Bernardi. Da oggi a giovedi (ore 21) al Teatro Fraschini di Pavia.