«Prodi? Può contare sui 24 astenuti»

PAVIA. Professor Rognoni, domani (oggi ndr) può essere il giorno decisivo per la soluzione della crisi di governo: come andrà a finire? L'ex-ministro Dc di interni e giustizia ed ex-presidente del Csm, oggi uno dei Saggi che hanno scritto il Manifesto del Partito democratico, ci pensa su e risponde: «Non lo so. Penso che Prodi possa avere il reincarico o il rinvio alle Camere del suo governo per una decisiva verifica della sua maggioranza. A favore di questa scelta può valere anche la circostanza che al Senato 24 parlamentari, potendo votare un no secco, si sono invece astenuti».
«E' questa - continua - una circostanza che può avere il suo peso nella valutazione politica d'insieme che si impone ora per la soluzione della crisi".
Ma intanto, la crisi avrà delle ricadute negative sul processo verso il Pd'?
«No. Non credo che la crisi tolga le ragioni del Partito democratico. E' vero il contrario perché la crisi di governo rimanda a quella più ampia del sistema politico, che deve essere rinnovato profondamente. E il Partito democratico, nel progetto dei suoi autori, è proprio uno degli strumenti di questo rinnovamento profondo. La partita, insomma, è aperta; la crisi di governo non la chiude; la rende ancora più attuale, di fronte a una assurda frammentazione dello schieramento politico che favorisce e alimenta ideologismi e estremismi che non portano da nessuna parte».
Lei è uno dei Saggi del comitato che ha scritto il Manifesto per il Pd. E' soddisfatto del lavoro compiuto?
«E' stato un lavoro interessante e il risultato mi pare buono. Mi ha fatto piacere far parte del comitato; da tempo sono favorevole al progetto del nuovo partito. Lo dissi apertamente già al congresso del Ppi di Rimini nel 1999».
Il Manifesto indica alcuni nodi cruciali. Cominciamo dalla collocazione europea. Con chi starà il Pd?
«Nel Manifesto non si è voluto rispondere a questa domanda, non perché ritenuta insidiosa, ma perché è il nuovo partito che deve fare la scelta. Nel Manifesto, tuttavia, abbiamo voluto porre un problema che è ormai maturo: il problema di una nuova articolazione delle forze politiche che si incontrano e si scontrano in Europa. Noi siamo convinti che è possibile un nuovo unitario percorso di tutte le forze riformiste. Bisogna avere il coraggio di ripensare lo schieramento parlamentare europeo a fronte delle nuove sfide, delle nuove culture, anche delle nuove realtà nazionali che vi hanno fatto ingresso, con il peso della loro storia».
Poi la scelta del leader: il Manifesto vincola il futuro partito a ricorrere alle primarie, ma intanto emergono candidature e, sembra, autocandidature. Prodi, Veltroni, Rutelli: chi è in pole position?
«Mi faccia questa domanda quando verrà il momento; ora, malgrado tutto, non lo è. E' importante, invece, sottolineare il principio delle ‘primarie'; uno strumento che non solo distinguerà il nuovo partito ma che potrà rinnovare l'intero sistema politico italiano, sbloccarlo, favorendo la partecipazione dei cittadini, come si è visto tutte le volte che si è fatto ricorso a quel tipo di indicazione preferenziale».
Un terzo tema è la laicità. Come inquadra lei il dibattito sui Dico nella questione della laicità?
«Credo che sulla ‘laicità' dello Stato il Manifesto abbia detto le cose forse più interessanti. La laicità ‘non come un'ideologia antireligiosa e neppure come il luogo di una presunta e illusoria neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e dei convincimenti morali' In questo quadro ragionevole pluralismo, senza alcuna egemonia di una parte sull'altra e con molta considerazione per l'ascolto reciproco, si colloca naturalmente anche il dibattito sui Dico. Sarà sempre poi la regola della ‘laicità' a riconoscere alla ‘politica' il compito gravoso della decisione finale, in piena autonomia e nel rispetto dei comportamenti democratici fondati sul consenso».
A Pavia e in varie altre parti del Paese si è costituita l'Associazione per il Pd: quale ruolo vede per la società civile nel futuro Pd?
«Credo che possa avere un ruolo importante, perché può tenere alto il dibattito e, soprattutto, perché questi circoli o associazioni per il Partito democratico possono subito raccogliere, quasi in rappresentanza del cosiddetto popolo delle ‘primarie', l'adesione di tutti coloro che lo vogliono, soprattutto di coloro che non si sentono interpretati dai partiti esistenti».
Che cosa succederebbe se la sinistra Ds, contraria al Pd, andasse alla scissione?
«Non credo che ci sarà una scissione nei Ds. Il dibattito è certamente difficile, ma tutto fa credere che ci sarà un'ampia maggioranza a favore del progetto di Partito democratico. D'altra parte, la più agguerrita delle due minoranze - quella di Mussi e Salvi - dice di volere una consistente affermazione congressuale per fermare il processo verso il nuovo partito. Essa, dunque, entra in congresso affidandosi alle regole democratiche del consenso. Non mi sembra proprio che tutto ciò possa preludere a una rottura traumatica».
Il Pd rischia di perdere parte dei cattolici?
«Ma guardi, mi pare ormai consolidata l'idea che dalla comune fede religiosa non discenda necessariamente una stessa posizione politica. Già Sturzo, con riferimento al mondo cattolico, diceva: ‘I conservatori con i conservatori, i progressisti con i progressisti'. Oggi, vi sono cattolici - i cattolici democratici appunto - che scommettono, come dice lei, sul Pd e cattolici che sono contrari e si collocano in altre e non univoche prospettive politiche. Gli uni e gli altri - se dirigenti politici - si giocano legittimamente, secondo le regole della democrazia, il consenso della gente. Questa è la realtà, da cui non si può sfuggire e neppure arretrare».
Quale rapporto con i socialisti democratici?
«Il Partito democratico è anche il risultato, nella storia delle sinistre in Italia, della vittoria del socialismo democratico sul comunismo e su altre esperienze di matrice marxista. I socialisti di Boselli, e non solo quelli, lo sanno e proprio questa consapevolezza potrebbe essere la premessa culturale per una loro convergenza nel Pd. Certe orgogliose difese della propria identità, acquisite in tempi e scenari politici e ideologici ormai superati, non valgono più».