L'Unione accetta il diktat di Prodi


ROMA. Il rilancio di Romano Prodi sono due cartelle di accuse, punti programmatici, vendette politiche. «La riunione è andata bene, ora vediamo cosa decide Napolitano.
Sono sempre stato sereno e ottimista», dice il presidente del Consiglio. I segretari dei partiti dell'Unione ingoiano il rospo e approvano senza battere ciglio, all'unanimità. Sono «le condizioni precise e obbliganti per costruire il governo», o almeno per provarci. Tutti messi d'accordo su dodici punti che riassumono i contrasti e li elidono. I Dico «diventano un'iniziativa del Parlamento», come spiega un soddisfatto Mastella. I Verdi incassano il «programma per efficienza e diversificazione delle fonti energetiche con fonti rinnovabili e rigassificatori», ma devono ingoiare il si alla Tav e al piano delle infrastrutture.
Ma quello di Prodi non è solo un elenco di priorità, è anche un durissimo atto di accusa sui comportamenti tenuti in questi mesi dai singoli ministri e dalle forze politiche che - dice Prodi - «hanno costantemente provocato una litigiosità e una strisciante contrapposizione di posizioni che ha oggettivamente logorato tutto il governo».
È per questo che il presidente del Consiglio impone ora la figura del portavoce unico, il suo Silvio Sircana, «al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione». Poi aggiunge: «Per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al premier è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo in caso di contrasti».
E tanto perché a Rifondazione e Pdci sia chiaro cosa intende, inserisce fra i punti programmatici il si «agli impegni internazionali e di pace e al sostegno costante alle iniziativa di politica estera e difesa stabilite in ambito Onu». E, aggiunge, il rispetto «dei nostri impegni internazionali derivanti dalla nostra appartenenza alla Ue e alla Nato con riferimento al nostro attuale impegno alla missione in Afghanistan».
Viene inserita una «incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero» che guarda ai dissensi del senatore Pallaro. Si pensa alla riforma delle pensioni privilegiando quelle basse e i giovani.
C'è l'azione sul Mezzogiorno a partire dalla sicurezza. Il rilancio delle politiche per la famiglia deve passare anche «dall'estensione universale di assegni familiari più corposi e da un piano di aumento degli asili nido».
Anche lui, Prodi, di fatto fa un passo indietro. Accetta la «fase due» che aveva sempre negato. La ribattezza «patto programmatico». Un colpo d'ala del governo, un estremo tentativo di rilanciare la coalizione, di blindarla, ma anche di offrire a eventuali possibili nuovi alleati un elemento chiaro di discussione.
Perché il patto programmatico, senza i numeri, non ha senso. Lo dice anche il ministro dell'Attuazione del programma, Giulio Santagata: «Ci vogliono anche i numeri, sono quelli che sono, non abbiamo le cellule staminali per fare senatori».
Cosi nonostante i rospi da ingoiare e le accuse di Prodi gli alleati si mostrano tutti soddisfatti. D'Alema parla di un «mandato forte a Prodi per rilanciare l'azione di governo». Il leader Ds Fassino: «E' andato molto bene. C'è il pieno accordo di tutto il centrosinistra nel ribadire piena fiducia a Romano Prodi». Ecco Clemente Mastella, Udeur, soddisfatto per l'uscita dei Dico dalle priorità: «Il documento dà l'idea di una novità, di un nuovo centrosinistra. Dopo la defaillance si tratta di vedere come produrre un'azione politica che contagi anche altri, se possibile allargando il campo».
Diliberto, segretario Pdci, parla di un «grande risultato, un buon compromesso: dopo due giornate complicate, possiamo mandare un messaggio rassicurante al nostro popolo che giustamente era traumatizzato da questa crisi».
Ora la partita si sposta al Quirinale. Si affaccia sullo scenario l'ipotesi di un nuovo governo. Non il rinvio alle Camere. Nuovo governo, consultazioni, possibilità di allargare la maggioranza.

Alessandro Cecioni