Dico, si di Giudici alla legge
PAVIA. Il vescovo Giovanni Giudici è favorevole alla proposta di legge sui Dico. «E' giusto - spiega - che il legislatore aiuti le persone che non riescono a decidersi per il matrimonio a raggiungere una più solida comunione d'intenti». Sulla visita del Papa, il vescovo anticipa il dono che la Chiesa pavese gli farà: «Un'opera di carità, un Centro di accoglienza per chi viene a Pavia per lavoro o altre ragioni, che speriamo di intitolare a Benedetto XVI».
Monsignor Giudici, la ricerca sulla famiglia segnala che in provincia aumentano matrimoni civili e coppie di fatto. Preoccupato?
«Il problema in quanto Chiesa italiana ce lo dobbiamo porre nei termini concreti in cui l'abbiamo fatto promuovendo questa inchiesta. Cioè domandandoci che cosa oggi aiuti la famiglia e che cosa renda problematica la vita familiare. Il tempo che i coniugi trascorrono insieme con i loro figli è spesso determinato - più che dal benessere della famiglia e delle necessità affettive ed esistenziali - dal lavoro, dagli spostamenti, dagli orari di lavoro e dalle necessità di successo delle aziende. Tutto questo richiama una volta di più l'importanza di sostenere e aiutare la famiglia affinchè diventi veramente sè stessa».
Ma come?
«Due sono gli aspetti: religioso e politico-amministrativo. Quanto al primo, noi possiamo aiutare i componenti della famiglia infondendo nei coniugi il senso della fiducia e del rispetto reciproco, dell'uguaglianza rispetto ai doveri nelle responsabilità. La Chiesa sa di dovere assolvere questo compito molto importante attraverso l'educazione affettiva dei ragazzi e delle ragazze, la catechesi e la preparazione al matrimonio».
E il secondo aspetto?
«Chiediamo che la società muova i suoi passi per garantire che esistano posti di lavoro, che il lavoro sia sicuro, che il precariato diventi la condizione di marginalità e non di centralità nell'economia, che la legislazione e la prassi aiutino concretamente la famiglia affinchè i ragazzi possano crescere e la scuola dedichi loro tutte le attenzioni. Bisogna fare in modo che chi ha figli possa avere maggior disponibilità di denaro».
La legge sui Dico, cioè sulle coppie di fatto, mina la famiglia?
«Il tema delle convivenze obiettivamente esiste. Bisogna domandarsi perchè tanti giovani convivano prima o a prescindere dal matrimonio. Questo aspetto di convivenza è legato a determinate sensibilità crescenti nella società e nella cultura: l'insicurezza del lavoro, la difficoltà di trovare casa, lo sguardo critico nei confronti del matrimonio magari dei propri genitori. Tutto questo induce molti e rinviare il momento delle scelte e a contestare il matrimonio. Come educatori, noi dobbiamo stare attenti agli aspetti culturali della convivenza; mentre il legislatore ha la necessità di aiutare le persone che non riescono a decidersi per il matrimonio a raggiungere una più solida comunione d'intenti tra di loro. Può darsi che una proposta di legge come quella sui Dico aiuti questa prospettiva».
Il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, invece ritiene che la legge sui Dico sia inopportuna.
«Io riconosco che è importante stare nella realtà, che la politica ha il dovere di rispondere a una situazione che si è sociologicamente determinata».
Il rapporto sulla famiglia in provincia dice che il 71% dei cattolici praticanti trova giusto che una coppia conviva anche senza intenzione di sposarsi».
«Dal rapporto emerge il bisogno che le persone vengano aiutate ad avere una stabilità affettiva. Sappiamo che queste domande di opinione sono sempre legate ai desideri e alle attese delle persone».
Quali indicazioni operative ricava dal rapporto?
«L'impressione è che la famiglia parli bene di sè e mostri invece un aspetto piuttosto critico a noi che la guardiamo dall'esterno. Questa contraddizione apre degli interrogativi. La famiglia fatica ma possiede al suo interno le risorse per vincere le difficoltà? Oppure, guardandosi allo specchio, essa cerca di dare un'immagine di sè migliore della realtà?».
Impressiona l'ampiezza del programma della visita di Benedetto XVI a Pavia il 22 aprile: addirittura quattro appuntamenti.
«Noi stessi ce ne domandiamo la ragione. Penso questo pontificato si manifesti anche come attenzione alle realtà concrete, quotidiane come quella della vita di una diocesi medio-piccola».
E tra le migliaia di diocesi, ha scelto proprio Pavia.
«Ha scelto Pavia per la ragione oggettiva del suo legame con Sant'Agostino. E credo corrisponda anche allo stile di quest'uomo semplice, attento alla concretezza, capace di rapporti semplici con le persone più che con la grande folla».
Che cosa donerà la Chiesa pavese al Santo Padre?
«Vorremmo donargli un'opera di carità che speriamo di intitolare a lui: 'Centro di accoglienza Papa Benedetto XVI". Un'opera per accogliere nella città chi viene da fuori, per lavoro e altre necessità. Un'opera magari in collaborazione con altri».
Come si prepareranno le parrocchie alla visita del Papa?
«Vorremmo che le parrocchie avessero un aiuto a identificare meglio qual è il servizio che rende Pietro, che ha come successore Benedetto XVI, nella fede cristiana e, più ampiamente, nell'umanizzazione del mondo. Avremo un percorso tipicamente ecclesiastico con catechesi e momenti di preghiera. Però abbiamo iniziato anche un discorso culturale per dare alla cittadinanza l'occasione di riflettere su ciò che il Papa rappresenta oggi. Di qui i tre incontri che la diocesi ha organizzato con Comune e Provincia: il primo con il preside della facoltà teologica mons. Franco Giulio Brambilla che si è già svolto, il secondo con il cardinale Ersilio Tonini il 1º marzo e il terzo con il fondatore del Sermig Ernesto Olivero il 14 marzo».