Bertinotti: andrei al corteo, ma non posso
ROMA. «Andrei, ma non posso». Fausto Bertinotti ha dichiarato che non andrà alla manifestazione contro l'ampliamento della base americana solo perché è presidente della Camera, altrimenti anche lui sarebbe domani al corteo di Vicenza. L'affermazione dell'ex segretario di Rifondazione comunista, contenuta in una intervista all'Espresso, ha aperto un fronte istituzionale nella polemica in corso. Una parte dell'opposizione, con l'Udc in primo piano (Casini), chiede le dimissioni di Bertinotti dal primo seggio di Montecitorio. Il leghista Roberto Maroni lo elogia invece per la sincerità. Anche se non condivide nulla delle sue posizioni, ne loda la schiettezza perché non si comporta come un doroteo. Imbarazzo e critiche tra i parlamentari ds.
Anche per i rischi della manifestazione. Dall'India, Romano Prodi ha detto ieri di contare «sulla saggezza dei comportamenti».
«Non andrò a Vicenza semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale - è la frase incrimanata di Bertinotti - Altrimenti ci andrei, naturalmente». Riferendosi alla passata maggioranza, Bertinotti dice infatti che «non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili».
Le altre riguardano il carattere della manifestazione. Una, ottimista ma coincidente con Prodi, dice che Vicenza non sarà occasione di incidenti e sarà invece luogo di una grande manifestazione di massa. Vi sarà «contrasto di qualunque tentazione di uscire dal terreno della battaglia condivisa». L'ispirazione pacifista sarà un elemento portante. Tanto più grande sarà il raduno, quanto più farà da massa critica contro la violenza, il «linguaggio incongruo».
Enrico La Loggia, Fi, non ha chiesto le dimissioni di Bertinotti, ma le premesse ci sono. Augurandosi una smentita, La Loggia giudica, quanto attribuito al presidente, «irriverente nei confronti della Camera, del Parlamento e dell'intero sistema istituzionale». Se l'abito di presidente «gli va stretto, che lo smetta, non può recitare due parti in commedia», quelle di presidente della Camera e di leader di partito.
Pier Ferdinando Casini, leader di fatto dell'Udc, prima ha mandato in avanscoperta Mario Tassone: se la carica di presidente è limitativa della sua libertà individuale, «esiste l'istituto delle dimissioni». Poi, incalzato sul desiderio di Bertinotti di essere a Vicenza, si è appena cautelato con una battuta: «Se prima di sabato, avesse questa esigenza insopprimibile, allora potrebbe dimettersi».
Critico in modo aperto il giudizio di Umberto Ranieri, ds, presidente della commissione esteri: «Diversamente dal presidente Bertinotti, penso che le decisioni di un governo serio, come quello guidato da Prodi, vadano comprese, rispettate e sostenute, soprattutto se si fa parte della maggioranza».
Un bersaglio dell'opposizione è stato trovato nel sottosegretario Paolo Cento (verdi), che dopo accettato con malumore la decisione di Prodi di non volere uomini di governo a Vicenza, ha espresso il timore di infiltrazioni di qualche pezzo delle istituzioni nella manifestazione.
Cento ha detto che le precisazioni al Senato del viceministro Marco Minniti lo tranquillizzano. Antonio Di Pietro ha chiesto su questo un «chiarimento politico» nel centrosinistra. Il capogruppo Fi, Elio Vito ha definito «di una gravità assoluta» le parole di un membro del governo. E ha chiesto chiarimenti al ministro dell'interno. Piero Fassino ribadisce invece che a Vicenza non è in discussione il si all'ampliamento della base, ma il 'come" realizzarlo.