Trovato il cadavere del possidente rapito


PALERMO. Lo hanno tenuto prigioniero in una grotta per un mese. Troppo per Michele Pietro Licari, 68 anni, facoltoso proprietario terriero siciliano che ieri è stato trovato già morto, il cadavere in decomposizione. Finisce cosi in tragedia il sequestro avvenuto il 13 gennaio scorso.
Licari era stato rapito a Partinico (piccolo centro del palermitano), da due ragazzi che avevano «bisogno di soldi per comprare un auto e dei computer». Ad indicare la grotta nelle campagne di San Giuseppe Jato è stato il più piccolo dei due rapitori, Giuseppe Lo Biundo, di appena 18 anni. Il ragazzo era vicino di casa di Licari. Il 13 gennaio decide insieme ad un amico del paese, Vincenzo Bommarito di 22 anni, di rapinare quel «ricco signore». Organizzano cosi nella notte un vero e proprio agguato: «Il signor Licari quella sera ha raggiunto la sua masseria a bordo di un fuoristrada - racconta il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia - Ad attenderlo, nel buio della sera c'erano i sequestratori. L'uomo è stato immobilizzato e tenuto per quattro ore all'interno della sua auto». Il giorno successivo, dopo che i familiari avevano denunciato la scomparsa, i due banditi decidono di nascondere Licari in una grotta dove passano diverse tubazioni di un invaso poco distante, il Poma. Lo calano li, lo incatenano per evitare che scappi e gli gettano del cibo, anche avariato, da una piccola apertura sul soffitto della caverna. La prima richiesta di riscatto alla famiglia arriva il 14 gennaio, attraverso il cellulare dello stesso Licari: «Vogliamo 300 mila euro». Scattano subito le ricerche che impegnano per due giorni centinaia tra poliziotti e carabinieri. Si pensa alla mano di Cosa Nostra, ma presto gli inquirenti si rendono conto di «avere a che fare con banditi poco esperti». Il 15 gennaio arriva una seconda telefonata ai familiari. Questa volta da una cabina di un paesino poco distante da Partinico, San Cipirello. Dopo quest'ultima telefonata gli investigatori mettono cimici e telecamere nascoste in tutte le cabine telefoniche della zona. Una scelta che sarà decisiva per l'identificazione dei rapitori. Il 21 gennaio il giovane Lo Biundo telefona dalla stessa cabina. «Sono pronti i soldi?», chiede. E la figlia di Licari risponde: «Voglio una prova che mio padre sia in vita». Il ragazzo chiude la cornetta. Non sa che è stato ripreso da una telecamera. Le immagini non sono nitide, si capisce chiaramente soltanto che indossa un giubbotto arancione. Gli inquirenti identificano un sospetto dopo quattro giorni ma non lo fermano subito. Ieri decidono condi arrestare Lo Biundo, che confessa subito e indica il suo collaboratore, Bommarito. Dall'elicottero il giovane indica la botola dove si accede alla grotta. Ma Licari è già morto. Lo Biundo nega di averlo ucciso. «Sarà l'autopsia - dice il procuratore Alfredo Morvillo - a stabilire quando e perché Licari è morto. Di una cosa siamo certi, sino al momento della terza telefonata dei rapitori, il 21 gennaio scorso, il possidente era vivo».

Antonio Fraschilla