«Io e l'amore che illumina»

So poche cose, in proposito. Chissà, mi chiedo, se c'è qualcuno che ne sappia tante; o una sola, in fondo: che cosa sia l'amore. Donde e perché ti prenda; come finisca, se finisce; dove ti porti; quanto duri. Che illumini, lo so, e l'ho saputo fin da ragazzo quando, puntiglioso studente d'inglese, e navigando (penso lo si possa dire anche per altro che internet) tra i libri, trovai una breve poesia di Shelley, che diceva all'incirca: 'Quando la lampada è spenta/la luce giace morta nella polvere". Belli o non belli, questi versi mi si attaccarono, e nel corso della mia (ormai davvero lunga) vita, potei verificarne la verità, ogni qualvolta vedevo, e vedo, occhi brillare d'una luce intensa, inconsueta, amica, buona, felice; e che subito riconosco. Questo è amore, mi dico. Difficile sbagliare.
Difficile sbagliare anche quando quella luce, pur non svanendo, cambia; ma cosi deve essere, perché il momento dell'amore richiede una tensione tale che non può prolungarsi oltre un certo limite. L'importante è ciò che rimane nel tempo, vale a dire la trasformazione, o se si vuole l'evoluzione dell'amore. Se la luce resta, pur senza più splendore, se 'non giace morta nella polvere", allora si, è amore. Che bello. Che fortuna, che destino. Ciò che verrà, durerà nel tempo al di là della vita dei primi protagonisti; e anche se i loro figli, nipoti e i pronipoti li avranno dimenticati, pure saranno i loro testimoni.
Da ragazzino, l'idea d'essere nato da un amplesso tra mia madre e mi padre, mi suonava come bestemmia: parola grossa ma non ne trovo un'altra adeguata. Mia madre, mio padre? Fare all'amore, loro? Via, loro no, loro mai. E allora? Partenogenesi, scherzo d'un cavolo nell'orto, regalo di una cicogna vagabonda? Il tempo però (che in genere mi pare rovini tutto o quasi) qualche cosa invece aggiusta; e quando arrivi a renderti conto della realtà, senti la bellezza di ciò che è stato. Bene. Ma poi per fortuna c'è l'amore in piccolo, quello spicciolo; quello della giovinezza e, ancora più bello, della adolescenza (e chi non lo ha conosciuto, come può dire d'essere stato giovane e adolescente? I colpi al cuore, dico, allo sguardo di quella ragazza, lo spasimo al suo sorriso, lo struggimento al suo causale contatto: quello insomma che ai miei tempi si chiamava 'cotta", e che per essere tale non doveva manifestarsi un giorno si e uno no, ma durare per un po': fino a meritare, cioè, il pericoloso nome di 'amore". Era un pericolo, tuttavia, perderlo dopo qualche mese? Non ne sono certo. Forse no. L'amore con la A maiuscola sarebbe arrivato a sistemare le cose: e però, che giovanile dolcezza il ricordare quelle passate prove d'amore, e quelle ragazze (e ragazzi, si capisce, per loro); e quei teneri episodi e quei baci con quanto ne seguiva: con quella gioia, insomma, destinata a durare, magari a trasformarsi, magari ad essere tenuta segreta, e chissà perché. Con quella dolcezza sempre rinnovata ed anzi infinita. (Il Direttore mi ha detto: fammi un pezzo su te e l'amore: quante righe t'occorrono? Sessanta? Ho risposto: si, sessantamila dovrebbero bastare.)