«Cosi ho adottato i capodogli e parlo con loro»

PAVIA. «Si, li abbiamo adottati e li consideriamo un po' parenti. Alcuni li riconosciamo e li abbiamo anche identificati in fotografia. Quando però si tuffano a mille metri diventano inafferrabili e li possiamo solo ascoltare». Chi parla della sua specialissima 'famiglia", i capodogli nel profondo degli abissi marini, è Gianni Pavan, ricercatore del Centro interdisciplinare di bioacustica dell'Università al Cravino. «L'Università di Pavia - dice con legittima soddisfazione - ha adottato i capodogli del Mediterraneo». La prima parte della ricerca è conclusa ed è tempo di bilanci.
Professor Pavan, sono anni che lei si dedica allo studio delle più gigantesche balene: perchè?
«I capodogli sono tra i mammiferi più affascinanti e insieme più misteriosi e i suoni che essi emettono racchiudono una storia che è ancora in gran parte da raccontare».
Quando ha cominciato?
«Nel 1989. Prime crociere su barche a vela, poi su navi oceanografiche. Finchè all'inizio del 2005 la grande occasione. L'Istituto nazionale di fisica nucleare installa nel mare di Catania, a duemila metri di profondità, il prototipo di un telescopio, l'Osservatorio Nemo, per la ricerca sui neutrini. Noi collaboriamo a sviluppare il sistema acustico e ci inseriamo con le attività di ricerca biologica. Si tratta di quattro idrofoni, cioè microfoni d'acqua, collegati da venticinque chilometri di fibra ottica con i laboratori Infn della città etnea. Come Centro di bioacustica dell'Università registriamo, con un software da noi messo a punto, i suoni emessi dai capodogli e dagli altri abitanti del mare, e li analizziamo».
Quante 'voci" di balene avete ascoltato e catalogato? E che cosa dicono queste 'voci"?
«Abbiamo accumulato qualcosa come tre terabyte di memoria, cioè tremila miliardi di suoni digitali. La stazione di ascolto è stata fermata a fine 2006 perchè sostituita da un altro esperimento dell'Infn, ma l'analisi dei dati a Pavia continuerà per almeno un anno».
Come è composta la sua équipe?
«Siamo in quattro, io e tre contrattisti. Spesso siamo costretti a lavorare a spese nostre per la mancanza di finanziamenti. Per gli ultimi esperimenti eravamo ospiti della nave oceanografica della Columbia University nell'Oceano Pacifico».
Che cosa ha scoperto finora dei capodogli?
«Ciò che più ci preme è conoscerli per salvarli dalla distruzione. Essi corrono innumerevoli pericoli: le collisione con le navi, i sonar ad alta potenza che li fanno impazzire, le spadare che ne fanno strage».
Il mare Ionio è il paradiso dei capodogli?
«Non parlerei di paradiso. In un anno e mezzo abbiamo rilevato il passaggio di molte decine di animali, che ci fanno pensare a una popolazione di qualche centinaio, che transita nello Ionio e probabilmente nel basso Tirreno. Purtroppo, mi pare, il loro habitat è spesso un inferno. Ci sono troppe cose che ancora non conosciamo di loro».
Per esempio?
«Le rotte di migrazione, se sono stagionali o casuali. Le esatte dimensioni degli animali. La composizione dei gruppi. Tutti dati che affineremo ulteriormente con le analisi delle registrazioni. Sappiamo che i maschi viaggiano per lo più solitari, nei gruppi grandi invece ci sono anche femmine e piccoli. E poi c'è il problema affascinante di riuscire a vederli quando navigano a novecento o mille metri di profondità».
Che abitudini hanno?
«Si muovono nell'intero bacino del Mediterraneo e anche nell'Oceano Atlantico. Quello che non sappiamo è con quale regolarità e se c'è una stagionalità».
Lei li ha inseguiti anche nel Mar Ligure occidentale. Nemmeno è li il loro 'paradiso" mediterraneo, al largo di Andora dove i turisti vanno ad avvistarli?
«Nemmeno li. Ci passano per alimentarsi. Probabilmente vanno a partorire a sud di Creta o ancora più a oriente».
Qual è il suo cruccio?
«Di non avere ancora potuto creare una rete di punti di ascolto in varie parti del Mediterraneo, anche per capire come incidono l'uomo e i cambiamenti climatici sulla vita dei capodogli».
Qual è il suo sogno?
«Vorrei riprendere le ricerche magari nel 2008 utilizzando la nuova stazione di ascolto nel mare a sudest della Sicilia e vorrei finanziamenti per fare al meglio queste ricerche».