Quella irresistibile tentazione


Non la vedevo da un mese. Mai successo in tre anni di fidanzamento. Ma non mi mancava. Inizialmente si: era ovunque. Poi, col passare dei giorni il suo pensiero si affievoli. Questa sensazione non mi lasciò indifferente, anzi, mi tormentava; ma soprattutto la subivo interdetto: un vuoto si stendeva sulla mia ragazza come un'ombra bianca, e non riuscivo a interpretarlo.
L'apice, poi, lo raggiunsi quando m'imposi di soffrirne: inseguii il suo pensiero con ostinazione, rovistai nel passato, mi concentrai sugli istanti più intensi della nostra storia. Ma niente. Mi ero tramutato in una statua. Ci sentivamo un paio di volte la settimana, in quel periodo; il resto dei giorni mi mandava qualche messaggio lacrimevole, dolente, m'irritavano, talvolta. Avevano la stessa seccante irruenza dei rimproveri. Era una letterata, lei, una poetessa. La sua purezza di spirito mi catturò subito. Io, ingegnere, rimanevo folgorato dalle sue intuizioni. Ma ora le trovavo stucchevoli. Non riuscivo ad evitarlo, perché in tutto quello che vedevo, in Spagna, non c'era posto per il dolore.
Le arance splendevano a grappoli sugli alberi; le chiome frusciavano nella brezza che sosteneva il volteggio dei gabbiani. Quei frutti mi avevano attratto sin dal primo giorno: in tutta la loro pienezza erano vivi, come la piazza e la sua gente, avvolta nel sole, nelle chiacchiere e nelle risate, come quella ragazza che sedeva oltre un paio di tavoli... Era una mia collega del Master che stavo frequentando; la sua chioma riccia, rigogliosa, le pioveva sulla scollatura bruna ma non sfrontata. Mi dissolsi nel suo sguardo mediterraneo che ora lanciava fulmineo, ma che sentivo inseguirmi durante tutta la giornata e cercavo sempre - sudando otto camicie - di schivare. Ogni volta che lo incontravo, avvertivo delle fitte gelide al petto che quasi tramortivo: non ero più abituato a sostenerle. Ma l'incanto svani presto: i jeans vibrarono con insistenza, estrassi il telefonino, era la mia ragazza, ovviamente. Un messaggio. Scriveva: Sono nel nostro bar, nella nostra piazzetta; accanto alla tua assenza, sorseggio un caffè amaro. Scolai la sangria, ne ordinai un'altra, accesi una sigaretta e mi maledissi. Avevo le dita ingessate. Non si formò nessun pensiero. Decisi di accantonare il problema, ma dopo un attimo il senso di colpa mi assali,e i miei sentimenti tornarono a ribellarsi. La immaginavo seduta sulla panchina, nel grigiore anonimo del nostro paesino di 3000 anime, china sul suo libro, i vecchietti che seminavano briciole a stupidi piccioni. Sentivo quasi la sua presenza, incombente e disperata, aleggiare fino ad assediarmi.
Rimasi sospeso in quel limbo, a sguardo chino, cercando di resistere al richiamo della chica che mi sedeva davanti, della sua carne scura, pensando a una ragionevole menzogna da scrivere. Poi la vidi alzarsi, e dirigersi con degli amici verso il nostro tavolo; il cellulare vibrò di nuovo, lessi in fretta, impigliato in una rete di emozioni convulse - 'Torna sovente a prendermi, palpito amato" - era una poesia di Kavafis - ' torna e prendimi, che si ridesta viva la memoria del corpo" - i tacchi delle ragazze rintoccavano come le lancette di un orologio - 'e antiche brame scorrono nel sangue" - il cuore mi pulsava nelle tempie - 'allora che le labbra ricordano, e le carni, e nella mani un senso tattile si riaccende" - le gambe della spagnola apparvero mentre ero chino sul telefono - 'Torna sovente a prendermi, la notte" - mi arrampicai con lo sguardo - 'allora che le labbra ricordano" - fino al suo viso in controluce - 'e le carni".

Luca Ottolenghi